Continua a raccontarci il mondo, esploratrice.

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Vai, coraggiosa che non sei altro.
Perché ci saresti piaciuta meno se non fossi fatta realmente di quei deserti che percorri e di quelle montagne che scali senza paura.
Certo che resti allo stesso indirizzo, allo stesso numero di cellulare, ma è stato così difficile stasera, per un granchio come me, guardarti dallo scoglio, già protesa nella tua nuova onda.
Nella tua “meritata” onda, timido e tenero comandante, che sarà un’onda calma, un porto di navi ordinate, colorate, sicure, la flotta fortunata per la quale saggiamente, attraverso diversi mari, hai di certo imparato a fare tutti i nodi.
Ovvio che andremo a teatro e al cinema e a cena fuori, ma è la routine a volte la scatola magica, la polveriera quotidiana delle emozioni, di quei rapidi sorrisi di contrabbando, delle parole vere che anche in mezzo alla fatica dei turni di guardia riusciamo a scambiarci e di cui, ritornati a casa, ci ricordiamo come di qualcosa che sa anch’esso di casa, di tempo condiviso che giorno per giorno ci va cucendo insieme, uno addosso all’altro, come un unico prezioso camice.
Ecco, io non so che parte della nostra stoffa si stia staccando, se il colletto, i bottoni o la martingala, ma noi possiamo tenerti stretta nelle tasche, insieme ai nostri promemoria, alle graffette, al regolo del dolore (10, in tutte le scale), agli algoritmi PALS e ai nostri innumerevoli otoscopi scarichi.
E per quanto sia sincero e generoso essere felici per te, crediamo che non sarà mai più la stessa cosa.
Grazie e in bocca al lupo, esploratrice.

A Eleonora, con immenso affetto.
 

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Quasi primavera

_DSC4118Oggi il tuo sguardo è come un orologio sul muro ed io mi scopro vulnerabile alle lancette troppo appuntite del tempo.
Non sai la New York che si va generando sul tuo silenzio, quartiere per quartiere, nuvola per nuvola, parola per parola.
In camera oscura sulla fotografia che galleggia nella vaschetta si svelano un pezzo della tua giacca, un glicine, il mio braccio, l’ex-insegna luminosa del Rodeo in fondo alla strada, appoggiata per terra, spenta e da sostituire, la voce di Louis che nemmeno stasera ha voglia di cucinare, una festa a sorpresa per noi due su una terrazza magnifica che sventola sui grattacieli uptown.
Due anni prima avevi pagato una stanza d’albergo per ospitare una valigia chiusa sul letto per due giorni, un libro sul comodino e uno spazzolino da denti sul lavandino, ma mai, lasciatelo dire, ci fu un denaro meglio speso di quello per una camera 315 disabitata, mentre fuori, sopra i fori imperiali e sulla tua contrattura cervicale, iniziava finalmente a stendersi la primavera.
Ci dissolvemmo in mille particelle di luce, non ricordo se fu prima o dopo Piazza Navona, ma il concetto era destinato a perdurare: vivere, finalmente. Luce a colazione, alla vigilia di Natale, alla stazione di Bologna, nella sala d’attesa del dentista e persino in macchina nel traffico del rientro della sera, due pagliacci, seduti sui sedili anteriori, a raccogliere a ogni semaforo gli ultimi applausi del giorno. 
Dal riflesso delle posate al refettorio si affacciano sorrisi veri e occhi belli, impermeabili ai nervosismi del pianeta, il calendario è solo al presente, ma gira veloce e temperando il tempo forma mucchietti di ricordi sempre più grandi: siamo due matite, in una confezione speciale.
A Milano mi sta aspettando una bicicletta Rossignoli col telaio d’argento, è attaccata a un palo di fronte al Cenacolo di Leonardo, ho voglia di riprendermela, e di rivedere quel dipinto, di pedalare verso la festa di gala di tutti gli aprile, di ritrovarti sui Navigli, dal medesimo lato.
Intanto andiamo “in un’aria di vetro”, di un marzo che non sa cosa vuole, il freddo incoerente di questi giorni non fa fiorire la lagerströmia nel nostro giardino, là dove una notte d’estate abbiamo camminato scalzi di tutte le inutili cose del mondo mortale, aspettando quel miracolo dentro al ventricolo sinistro che infine ciascuno si meriterebbe.

 

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Tabellina dell’11

In fondo al telescopio c’è una bambina di undici anni che da qualche giorno ha messo l’apparecchio fisso ai denti e un prisma di plastica rigata sulla lente sinistra dei suoi occhiali. Sua madre, gonna a portafoglio sotto il ginocchio, mette in moto la Panda 30 rossa e va a parlare col professore di matematica…bisogna avere pazienza, sa, l’età è già ingrata, può capire ora con tutta quella ferraglia in bocca e quella patacca sull’occhio, avvisateci se la vedete intristirsi, comunque a scuola deve andare bene, lei sia giusto, senza sconti, e anche noi faremo del nostro meglio.

In fondo al cannocchiale c’è una ragazza di ventidue anni, con i denti dritti, il codino e una montatura alla moda di resina blu, comincia adesso a rendersi conto che all’altro capo delle flebo c’è la più grande biblioteca di storie che si possa mai immaginare, ci sono, soprattutto, mani che stringono domande difficili, probabilmente con più di una risposta possibile. Lei, alla fine di ogni libro-letto, pensa che la docente di Chimica Organica avesse ragione il primo giorno del primo anno di Università…la Medicina, ragazzi, è una lunga strada in salita, di cui però non vi pentirete mai.

Dietro la lente d’ingrandimento c’è una giovane donna di trentatré anni senza nemmeno una carie, ma con un occhio operato, fragile per sempre, che le ha tolto ogni traccia di invincibilità e le ha messo addosso una gran voglia di guardare. Infatti la si vede spesso con una valigia in mano, affacciata su un fiordo o sudata sotto qualche sole sahariano, e in quei frangenti il suo passaporto dice che più è curiosa e zingara e meglio sta. Quando non viaggia e non studia, scopre nel buio avvolgente del teatro un altro modo collettivo di sognare ed è una grande passione.

Sul palmo della mia mano vedo una donna di quarantaquattro anni, o forse una ragazzina, che sta contando le matrioske e le scrive a chi da poco tempo o da sempre è amichevole o amorevole presenza nell’orbita della sua vita, riconoscendosi davvero il privilegio assoluto di poter godere dell’intelligenza e della gentilezza di tanti.

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La bellezza delle balene a metà del salto

img_4006Dell’Islanda ricordo le mie carezze sulla criniera di un cavallo e code di balena che tramontano eleganti nell’Artico.
Pochissimi elementi alla volta, per lo più in un orizzonte terra-aria o acqua-aria, quasi mai alberi o persone o voci o panchine, nessun cartellone pubblicitario. Intorno era l’assenza, il tempo non scandito, la vastità e mai, nemmeno per un attimo, la noia.
Sedersi era diventare un punto che interrompe il suolo, il ghiacciaio, la prateria, magari una dorsale oceanica o un vulcano che dentro fa le fusa. Alzarsi era raddoppiarsi nell’ombra e l’ombra inchiodava l’estate per terra, fino a molto tardi.
Quel mondo alla fine del mondo faceva rumore di zoccoli di pecore sulla strada, stizzite dai fanali degli uomini, quel mondo era denso come i fumi delle solfatare, caldo come il vapore dei geyser, colorato come le pulcinelle di mare, solenne come gli iceberg nella laguna glaciale.
Noi dormivamo in fattorie dentro il niente e parlavamo di tutto, riempivamo l’isola di parole e di amicizia, avevamo freddo, la notte era metà luce, metà acqua di cascata in lontananza, era ricordo degli arcobaleni del giorno, singoli, doppi, a tutto sesto, tanti, quanti ne volevi. E ne volevamo di nuovi, l’indomani.
Credevamo che tutta quella solitudine non potesse che esplodere in lava incandescente e poi diventare solida, intorno a noi si distendevano morbide altalene lunari, talora ricoperte da muschi, una minuscola promessa vegetale che quasi non osavamo sfiorare per rispetto al respiro del tempo, alla sua infinita lentezza nel dare vita alla vita.
Natura enorme e in miniatura. Ricordo dei fiori piccoli e rosa come fitti chicchi di riso nell’erba, erica forse, e la sabbia nera sottile ai piedi di una parete di basalto, miracolo di geometria, condominio di volatili. Anche noi, come gli altri uccelli, mangiavamo su uno scoglio, davanti al mare.
Un giorno siamo arrivati in un posto in cui le onde portavano pezzi di ghiacciaio fin sulla riva e oltre, si posavano zitti sulla spiaggia come enormi farfalle trasparenti di varie forme, immobili, come in un museo. Ma non morivano in un giorno.
Islanda che manchi soprattutto al nostro orecchio, oltre che al cuore. In ogni suo angolo di vento, in ogni curva e faglia di terra, nei quattro lati delle sue case di torba, nell’azzurro del lago che colma un cratere, l’Islanda ha un suono che una volta udito, non puoi più dimenticare, quello del silenzio.

Questo post è dedicato a Emanuele, solido e divertente compagno di viaggio.

Foto: B. De Vito (all rights reserved)

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Il balzo del capriolo

Dice Saramago:
“Bisogna vedere quel che non si è visto,
vedere di nuovo quel che si è già visto,
vedere in primavera quel che si era visto in estate,
vedere di giorno quel che si era visto di notte”.

Oggi ho visto un paese che non avevo visto.
Nel terzultimo giorno di calendario, da un luogo algebrico, minuscolo, frazione di frazione della campagna umbra, la notte mi sovrasta con un foglio di cielo stellato, la più bella carta da regalo di questo Natale.
Nessuna copertura di rete, non credo ci siano altri ospiti in quest’albergo, c’è un aratro, una vallata, l’inverno che non si nasconde più e fa brinare tutte le cose appena le guarda. Scrivo in un taccuino.

Ripercorro questo anno, lo riabito, mentre lo guardo allontanarsi ormai senza volume tra gli ulivi, con un grembo appiattito, svuotato del totale dei giorni. Fa un fruscio di capriolo e un altro ne compare già fra i rami, da lontano.

Verrà lo stesso tempo, come sempre. Di entusiasmo, pena, gioia, eccessive speranze, calme demolite, turbamenti, ardori, noia, appartenenze antiche e nuove, esplorazioni.

Potersi ricordare di una pelle, di occhi, di voci – che sia un genitore, un figlio, un amico, un amore – come di reami conosciuti, cari al cuore, sentire ciò che sta ai due lati e ciò che si tesse nel mezzo, e tornarci, nella dolce ripetizione delle abitudini, che sono comunque un quotidiano collaudare, specie al passaggio improvviso del vento di ciò che è imponderabile.

Buon Anno!

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Analisi del 2015

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2015 per questo blog.

Ecco un estratto:

Una metropolitana a New York trasporta 1 200 persone. Questo blog è stato visto circa 5.700 volte nel 2015. Se fosse una metropolitana di New York, ci vorrebbero circa 5 viaggi per trasportare altrettante persone.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

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Ceci n’est pas ma ville

 

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Paris, Bvd Henri IV, 13 novembre 2015

Mercoledi 11 novembre, sera, Parigi, Theatre de la Ville, è in scena il “Dyptique 6/7”. Nella penombra del palcoscenico sei corpi danzanti, vestiti di nero e nebbia, ripetono ipnoticamente un movimento all’unisono e solo le mani e i piedi sono illuminati. Così li ha voluti durante il primo tempo dello spettacolo, Tao Ye, il coreografo. Nel secondo tempo sono diventati sette piccoli segni bianchi in rilievo su sfondo bianco, nell’insieme ricordano un bruco che si contorce nella sua purezza senza suono, allo stesso ritmo di prima, scandito soltanto a tratti da un’emissione di fiato. E’ il Tao Dance Theater di Cina, esteticamente perfetto, noiosissimo e sublime, fino alla fine non comprendi se ciò che stai guardando non lo meriti o non ti meriti, ma come in un’estenuante performance di dervisci rotanti, alleni la pazienza, preso in ostaggio dal fascino del minimalismo e dell’anatomia umana.

Dopo lo spettacolo, cena speciale al ristorante libanese in rue de Lappe insieme a Caroline, che rivedo dopo due anni. Non è cambiata, la maglietta al contrario e un’analoga confusione tra i capelli, come sempre un po’ in ritardo, ma quando mi ha raggiunta tutta affannata nel foyer del teatro mi si è allargato il cuore. Passeggiamo nei dintorni facendoci i riassunti, rue de la Roquette riflette i suoi colori sulla strada bagnata, non tiriamo nemmeno fuori gli ombrelli, le nostre parole sono più fitte della pioggia.
Da quando sono arrivata a Parigi trovo che in generale la città sia molto più presidiata che in passato e non solo in punti “nevralgici”, questo mi fa effetto, lo faccio notare a Caroline, lei mi guarda stupita e mi dice “…on a eu des attentats ici, Barbara, tu te souviens de Charlie Hebdo?! il n’y a pas longtemps…”.

Giovedi 12 novembre, sera, Bibliotheque dell’Université Sorbonne Nouvelle. Sono di nuovo spettatrice, incontriamo Sophie, un’artista quebecoise, ballerina di “gumboot dance”, una danza sudafricana che ebbe origine nelle miniere. Sophie si accompagna da sola con il suo stesso canto e la percussione tribale delle mani su degli stivaloni di gomma stile Wellington, quelli dell’aristocrazia britannica del primo ‘800 o quelli perfetti per l’acqua alta a Venezia, per intendersi. In questa piccola donna l’energia dell’Africa si mescola con la grazia franco-canadese, cantiamo insieme “a canoni” certe parole africane che sanno di antico e di pace e lei non ci fa smarrire, dirigendoci sorridente al ritmo dei colpi sonori sugli stivali e sulla pelle nuda che diventano musica. E’ un’esperienza che ha qualcosa di spirituale, di poetico, forse nessuno credeva di chiudere il giorno così, siamo corali e vivi, stiamo comunicando senza oggetti tra le mani e sembra che per fortuna ne siamo ancora capaci, ci guardiamo in faccia, ci divertiamo molto.
Prendo il metro per tornare in albergo, devo scendere a Voltaire, ho un po’ di cambi per la linea 9, bisogna camminare e fare caso alle insegne. Sulle pareti, paralleli ai miei passi, scorrono veloci i manifesti degli eventi che ci sono in questi giorni in città, su uno leggo “Bataclan”, il nome mi incuriosisce, mi chiedo se l’abbia mai sentito prima, ma è solo per una frazione di secondo, come mille altri pensieri che si creano e si frantumano in fretta nella mente per la loro poca importanza.

Dunque sono a Parigi da due giorni e sono già entrata in contatto con almeno quattro continenti, questa è la vera magia per la quale si ha voglia di tornarci ancora e ancora. Parigi è una lavatrice con tutto il mondo dentro, devi solo scegliere il programma che vuoi far girare, è davvero la “festa mobile” di cui parla Hemingway, una festa centrifuga al termine della quale magari ti stendi ad asciugare su una sedia delle Tuileries o su una panchina di Place Dauphine, metti da parte tutti i pensieri e provi a seguire soltanto le traiettorie delle bocce per terra e degli aerei nel cielo.

Il venerdi 13 mattina non sono nemmeno a metà dei progetti che ho per la testa, sento di aver appena iniziato il mio dialogo con la città, anche se siamo già d’accordo su alcune cose io e lei, il cielo nitido, proprio come filtrava nel pomeriggio dalle vetrate del Grand Palais al Paris Photo, l’invasione autunnale di farfalle gialle sui marciapiedi lungo la Senna, qualcuna già accartocciata sui banchetti dei bouquinistes, la Maison Ladurée di rue Royale aperta e il mio albergo in posizione strategica, dove piace a me, tra Bastille e Republique, “lontano dal casino e a due passi dal Marais”, come mi aveva scritto nella mail chi me lo ha prenotato…
Credo di aver camminato cinque o sei ore al Paris Photo e anche lì c’era il mondo ed è entrato nei miei occhi, un mondo stampato, ma non meno vivo in certi casi. Quell’atmosfera mi rimandava ai miei amici innamorati della fotografia, a tutto l’affetto che si è creato intorno a me in questi anni per questa passione comune, avrei voluto avervi lì per raccontarci le nostre impressioni e in alcune immagini vi ho persino scorti, ognuno col suo stile, ed era divertente scovare qualcosa di vostro dentro i nomi dei grandi. Scambiare due parole con Raymond Depardon mi ha fatta sentire un po’ nella Storia, ma credo che tu, Julian, che lo ammiri straordinariamente, ti saresti meritato più di me di incontrarlo.

Poi i piedi facevano male, perchè non bisogna comprarsi delle scarpe nuove prima di andare ad una mostra dove sai che camminerai per ore, specialmente quando le scarpe sono riproduzioni di calzature coreane tradizionali…così ho deciso di ritornare in albergo, cambiare almeno le scarpe e poi andarmene a cena nei paraggi, magari verso Republique, mi sarebbe piaciuto scattare qualche foto al Canal Saint-Martin di notte, non l’ho mai fatto, ci sono sempre andata di giorno .
Ma erano già oltre le dieci di sera, ero stanca, ho optato per restare ancora più vicina all’albergo e mi sono fermata in un bistrot sul Boulevard Voltaire. Intanto nella zona, da circa un’ora, si sentiva un persistente rumore di sirene di ambulanze e polizia, ho pensato a un brutto incidente.
Mi sono seduta al tavolino e avevo appena ordinato quando mia sorella mi ha chiamato dall’Italia dicendomi che a Parigi erano in corso degli attacchi terroristici. Subito dopo la sua telefonata anche all’interno del bistrot cominciava a crescere la tensione, evidentemente le notizie si diffondevano, cercavamo di capire cosa stesse succedendo dai camerieri che però non stavano mai fermi, dai cellulari. Poi i camerieri hanno iniziato a gridare “vite! vite!”, hanno ritirato all’interno i tavolini del dehors, hanno disposto le sedie sopra i tavolini, hanno chiuso le porte a chiave e hanno abbassato le luci. Lì ho capito che era una cosa seria, ho avuto paura. Ci guardavamo spaventati, impreparati a qualcosa che fosse diverso dalla nostra “dolce vita”, dalla nostra quotidianità di turisti o di normali parigini. All’improvviso non avevo più un programma, ma solo foglietti di calendario che non spettava a me riempire. E adesso, stanotte, domani? Che fare? Ho chiesto che mi facessero rientrare di corsa in albergo dato che era molto vicino, mi sarei sentita più sicura che per strada e così ho fatto, sono salita nella mia stanza e ho guardato i telegiornali fino alle quattro del mattino, poi sono crollata. Ero a meno di un chilometro dal Bataclan e vicinissima a rue de Charonne, due dei luoghi delle sparatorie. Non le ho udite, per fortuna, ma ho continuato a sentire per ore e ore il rumore delle ambulanze e delle sirene della polizia, praticamente tutta la notte.
Alla tv francese raccomandavano di non uscire assolutamente dalle case e dagli alberghi, specie nell’undicesimo e decimo arrondissement, perchè secondo la polizia c’erano due attentatori armati ancora liberi nel quartiere. Il resto è quello che trasmettevano dappertutto, il messaggio di Hollande, la cronaca degli ostaggi e della carneficina al Bataclan, i morti per le strade, le lenzuola lanciate dalle finestre per coprirne i corpi, le vite appese alle finestre, le teste di cuoio, i kamikaze che si facevano esplodere, il delirio totale. Quel “c’est une horreur” del presidente riassumeva bene, nelle parole e nel tono.
Probabilmente quanto è accaduto si è inscritto in me più di quanto immaginassi, nonostante io ne sia stata coinvolta in modo marginale e fortunatamente assai meno violento rispetto ad altri, non oso nemmeno paragonare le mie emozioni col terrore di coloro che si sono trovati in quel teatro con un mitra puntato contro, ma forse si tratta proprio di questo, forse da qui arriva il disagio, il malessere. Mi sento “scampata” per pura casualità, senza aver fatto nulla per meritarmelo, mentre altri che come me non hanno fatto nulla per meritarselo sono morti. Siamo pedine minuscole in un pallottoliere, siamo impermanenti, anche se ci crediamo solidi, ma per fortuna, dico io, ci crediamo solidi, o non riusciremmo a sostenere la vita un giorno dopo l’altro.
Non si va a Parigi, né in alcun altro luogo, allo stadio, a teatro, per strada, pensando alla morte, perciò quando questa si materializza così vicino a noi e ci coglie così di sorpresa nella nostra normalità, non si può non rimanerne profondamente turbati. Mi angoscia l’idea che tutto ciò possa ripetersi ancora e violentare la nostra libertà, quando non addirittura la nostra vita.
Che cosa abbia potuto generare, nel cuore dello stesso Occidente, a quanto pare, e quindi non lontano da noi, nel nostro stesso “humus”, individui così animati dall’odio, con una percezione dell’altro talmente alterata da scagliarsi intenzionalmente non contro “un” nemico preciso, identificabile, ma contro un mucchio indistinto di umani, che cosa abbia prodotto uomini in cui il non avere paura della morte è un sentimento concretamente più forte del desiderio di vivere, questa è la vera questione da capire. È la deprivazione culturale, sociale, economica, è il petrolio, è il fanatismo religioso, è tutte queste cose insieme, è la resa dei conti esasperata contro il cumulo di scelte politiche di chi ha preteso di fare la Storia finora? Quale sarà la cura, la memoria storica o altra violenza?

Il giorno dopo Parigi era surreale, non così presidiata dalle forze dell’ordine come uno si sarebbe immaginato, anzi appariva svuotata, ferma dentro un sabato mattina che sembrava la più desolante delle domeniche, un luogo mortificato in cui la vita stentava a ripartire.

Un animale ferito la mia Parigi amata, non sono riuscita a restare a guardarla così, me ne sono andata.

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