La vita non è uno scherzo. Prendila sul serio come fa lo scoiattolo, ad esempio.

Quell’anno, il 2006, fu un agosto di bombe piazzate con regolarità lungo tutta la Turchia, anche a Istanbul dove su un minibus morirono tre inglesi e noi il minibus lo prendevamo tutti i giorni. Certo che non era la guerra, ma mi resi conto che avevo paura per la prima volta di qualcosa mai appartenuto prima al mio quotidiano: sentirmi precaria, sotto la minaccia di un pericolo tanto casuale quanto definitivo. Ero finalmente in vacanza su una terra straordinaria che mi ospitava armata.
L’imprevedibilità degli attentati conferì al viaggio una strana sensazione, come di apnea, di paralisi, di incerto itinerario. Sembrava folle andare proprio a visitare la Moschea Blu o la Biblioteca di Efeso, ma a me sembrava folle anche non andarci, così, statisticamente. Ci prendemmo una pausa di tre giorni sotto bandiera greca, traghettando da Kuşadası all’isola di Samos.
Al rientro in Turchia facemmo tappa nella piccola e isolata città di Assos e ci sembrò d’essere stati catapultati in certe realtà rurali del dopoguerra in Italia. Al mattino facemmo colazione con gli immancabili fichi e pomodori, ce li portò una vecchia senza rughe che sotto il foulard poteva avere poco più di trent’anni e parlava solo sillabe d’inglese, poi proseguimmo il viaggio.
A distanza di chilometri e ormai di anni porto ancora nel cuore il mio personale “bazar”: i lukum alle rose, il tè alla mela, le canne da pesca sul Bosforo, i venditori addosso, la pazienza dell’annodare, le secchiate d’acqua all’hammam e quella donna che mi lavava i capelli come una madre, le pannocchie di mais bollite, il simit, i baffi, i veli, i bambini unico suono nelle moschee, il sorriso di una ragazza alla fermata dell’autobus che mi mostrava un’ecografia, suo primo chicco di melograna. Chi sta danzando nel tuo liquido amniotico, Istanbul variegata, una bambina con il burqa o con il tailleur?
E poi quel suono, che decollava scintillante cinque volte al giorno e dilagava quasi simultaneo sopra le cupole da Beyoglu a Sultanameth. Quel richiamo che impari a rispettare, come una regola, e scopri che anzi, in fondo in fondo, verso una certa ora, lo stai aspettando anche tu.
Come non aver voglia di ritornare a Istanbul dove nidificano lungo la stessa via incanto e disperazione? No, la vita non è uno scherzo, ha ragione, Signor Hikmet.

Fotografia (B. De Vito): Istanbul, La Moschea Blu – 2006

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2 risposte a La vita non è uno scherzo. Prendila sul serio come fa lo scoiattolo, ad esempio.

  1. pupanna ha detto:

    ed io che desidero da sempre vedere Istanbul …. ?!
    la foto la ricordavo, sei magica …

  2. Barbara De Vito ha detto:

    E infatti ci devi subito andare, come io devo tornarci. Un abbraccio, Giò.

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