Arcipelaghi d’aria

Conosco un grande viaggiatore, decisamente un “frequent flyer” (assai più “frequente” di me) che un giorno mi ha detto: ogni volta che siamo tutti seduti sull’aereo e pronti al decollo arriva puntuale nella mia mente il verso di una poesia di Derek Walcott:

“Lenta la vela perderà di vista le isole;
in una foschia se ne andrà
la fede nei porti
di un’intera razza”

Inoltrarsi nell’aria, in questo caso avvolti nel metallo, anzichè allontanarsi nell’acqua sopra un legno, non è molto diverso, è comunque staccarsi dal porto della terraferma.
E mentre l’aereo prende quota e raggiunge le greggi di nuvole e osa persino oltrepassarle, io mi domando sempre, con un po’ d’ansia di marinaio nel cuore, se sia davvero autorizzata a vedere quello che vedo, così ribaltata e privilegiata, dato che finora sono molti di più gli uomini che non hanno potuto farlo.
Paradossalmente volare è la condizione che più di ogni altra mi fa sentire mortale nel senso mitologico del termine. Interrompere con una riga, scritta da un rombo di reattori, quel disegno essenziale di uno-due colori al massimo, quell’assenza solenne di rumore, lo vivo come un piccolo atto di “hýbris” dell’epoca moderna, una superbia dell’intelligenza umana a sfidare le regole del Cielo.
Come su una giostra, mi faccio portare in quel luogo senza semafori, dell’eterno riposo, dove, al prezzo di un biglietto, si mescolano i vivi e i morti, gli dei e gli uomini, non si inciampa su niente e non si sta in coda a null’altro che a un piccolo snack dolce o salato. Al limite si attraversa una nube, così, senza pudore, cambiandole forma.
Seduta sull’ala indovino le Alpi, spio il tramonto su Parigi, ben prima che lo vedano gli innamorati sulla Senna, ricevo sul finestrino le gocce di pioggia che cadranno sull’estate degli inglesi, i miei occhi bambini giocano con i Lego dei villaggi e dei parcheggi pieni di macchinine, lontani, e a mano a mano che si scende, più aumentano i pixel, più perdo le piume, mi si accorcia il becco, ricompare lo smalto sulle unghie delle zampette piccine e sento che è il tredici di giugno e casa mia è ad un numero civico pari, anche se per due ore ho abitato il deserto del cielo.
Infine si ode quel boato lungo e pieno di vento, in cui l’uomo frena se stesso, come un rumoroso pentimento per tanta arroganza aerodinamica, e di solito durante l’ormeggio, nell’atmosfera ovattata della cabina, un bimbo emette un pianto acuto perchè le orecchie fanno male, ma forse è solo un monito, solo il primo vagito della vita terrena che ricomincia.

Annunci

Informazioni su Badev

Looking for poetry in this and that.
Questa voce è stata pubblicata in Frequent flyer e contrassegnata con , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

9 risposte a Arcipelaghi d’aria

  1. zioluc ha detto:

    io però la poesia non l’ho mica capita… magari mi disiscrivo dal blog 😦

    • Badev ha detto:

      Te la scrivo tutta. Applicati un po’.

      “Arcipelaghi” Derek Walcott, premio Nobel per la Letteratura 1992

      Alla fine di questa frase, comincerà la pioggia.
      All’orlo della pioggia una vela.

      Lenta la vela perderà di vista le isole;
      in una foschia se ne andrà la fede nei porti
      di un’intera razza.

      La guerra dei dieci anni è finita.
      La chioma di Elena, una nuvola grigia.
      Troia, un bianco accumulo di cenere
      vicino al gocciolar del mare.

      Il gocciolio si tende come le corde di un’arpa.
      Un uomo con occhi annuvolati raccoglie la pioggia

      e pizzica il primo verso dell’Odissea.

  2. pupanna ha detto:

    me la devo rileggere, la poesia! Mentre il tuo scritto lo rileggerò per rigoderne … Quando ci si innalza nel cielo si diventa anche più poetici?!
    Capisco quello che intendi, io, ancora, vivo con poca tranquillità l’esperienza del volo! Ma comincio ad apprezzarne la bellezza dopo che questo inverno HO DOVUTO volare più volte ….

    • Badev ha detto:

      Cara Giò, a me volare piace molto, soprattutto se i voli non durano troppe ore. Mi piace tanto anche stare negli aeroporti, non-luoghi di vita in movimento dove tutte le direzioni sono possibili, è come leggere la prima pagina di tanti romanzi tutti insieme.

  3. Pietro Di Legami ha detto:

    Cara Ba’, non ho più intenzione di lodare i tuoi scritti. Oramai (te la sei voluta!), do per scontato che scrivi bene e tra poco lo farai benissimo. Dopo “il rumoroso pentimento per l’arroganza aereodinamica” pretendo, oltre a questi deliziosi “appunti di una viaggiatrice”, qualcosa di più, chesssò? un racconto’ un romanzo, una poesia?. Fa’ tu. Ci stai facendo assaggiare piccole delizie da nouvelle cuisine, un bulimico come me, si aspetta, prima o poi, dei piatti robusti, in quantità, tenendo la qualità intatta. Alla prossima.

  4. ricbranca ha detto:

    Una bella versione da terzo millennio della concezione filosofica riguardo alla condizione umana espressa nelle tragedie di Eschilo.
    Oltre alla hybris non mancano Uranos, Prometeo con la sua lotta contro gli Dei ed il dono ai mortali della téchne del fuoco/volo ed infine il riconoscimento da parte di Prometeo della superiorità dell’anànche sulla téchne.

    Chapeau mademoiselle!!

  5. kalissa2010 ha detto:

    !
    *commossa*
    Punto.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...