Butterflies

Dal 4 aprile e fino al 9 settembre 2012 una sala del secondo piano della Tate Modern di Londra manterrà una temperatura da foresta pluviale: al suo interno vi si muovono petali vivi, uniti a due a due da una chiave di sol. Blu, marroni, striati, iridescenti, noncuranti, incipriati volano.
Sono le farfalle di Damien Hirst, un’installazione di arte estemporanea più che contemporanea, considerata la brevità del loro ciclo vitale.
Attaccate a dei pannelli bianchi vi sono le incompiute pupe, poi le crisalidi, infine posata per un attimo sulla tua mano incredula, la creatura adulta, che chiamano anche, poeticamente, “imago”. E come lei, un intero corpo di ballo danza in mezzo a noi. Qualcuna cade giù per sempre.
Che sia una farfalla o un coccinella a sceglierci, non si avverte quella sensazione di restare sospesi per un istante in un misto di sorpresa e contentezza? Si rimane fermi, perchè non scappino via. E’ una leggerezza, quella degli insetti, capace di immobilizzare.
Io in quella sala surreale avrei appeso un cartello così: si raccomanda ai visitatori di fare meno rumore di quello prodotto da un battito d’ali.
Ma i visitatori, ancorchè rapiti da tanta delicatezza (come in quel giardino botanico di Amsterdam, due anni prima), hanno troppa Londra negli occhi per poter stare in silenzio.
Parlano di ottantasette piani di cristallo, di quella nuova scheggia esplosa sul Tamigi, ma anche dei marmi del Partenone, dei Greci che li rivogliono, dei Turchi che sapevano, del Sultano che infine accettò. Avanguardie architettoniche e antichissima storia. E vecchie questioni.
Ripensano alla parata di duecento bandiere in Regent Street che attendono le Olimpiadi, a Trafalgar Square che già parla la lingua di quelle bandiere, al “bulgogi” coreano con cui hanno cenato, che s’intonava bene al clima internazionale, alle anatre glassate che pendono dai ganci delle vetrine dei fast food cinesi.
La visitatrice a un certo punto si ricorda di un quartiere a est della città, in cui era stata cinque anni prima ed è proprio lì che vuole portare il visitatore.
Scendono ad Aldgate East dove il profumo degli “mshabbak” fritti stravince sui cupcakes, è Londra islamica, è BanglaCity, ma non solo, sono facce di Allah e non più della Regina, sono caffettani arabi davanti a portoncini vittoriani e accenti inglesi che ordinano un falafel o un kebab, tutti quanti sotto lo sguardo compatto di mattoni della ciminiera Truman dell’ex birrificio in disuso.
Nella sala delle farfalle (“In and Out of Love”) si può stare poco, bisogna lasciare posto agli altri visitatori in coda, a cicli, come fanno loro.
Ogni tanto succede che mentre le persone escono dalla stanza, ne voli via qualche esemplare che va a perdersi in chissà quali padiglioni della Tate Gallery, ma potenzialmente sfugge ad ulteriori destini artistici: nelle stanze precedenti Hirst ha invischiato le farfalle morte in vernici rosse o nere realizzando entomologiche vetrate di cattedrale e ne ha fissate altre su marmo bianco di Carrara in un disegno caleidoscopico crudelmente raffinato.
Farfalla, simbolo di trasformazione, di rinascita, di fertilità, di libertà. Ho letto che in Pensilvania una farfalla che si posi su un tronco d’albero preannuncia la venuta della pioggia.
Infatti lunedi siamo tornati a Glasgow, dove ho capito dopo due mesi che il tempo può essere solo “dry” or “wet”.
E il giorno dopo, in effetti, “it was raining cats and dogs”, come dicono loro. Colpa delle farfalle.

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Looking for poetry in this and that.
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8 risposte a Butterflies

  1. penna bianca ha detto:

    Non mi sento quasi mai una farfalla e sicuramente non capisco un piffero di arte moderna però, leggendo questo post, mi sono sentita una di loro e soprattutto ho avuto la percezione della stupidità umana e del suo ingombrante ego. Ma tu non c’entri nulla. Scrivi benissimo e i tuoi post sono sempre interessanti, è che oggi ne ho viste tante, belle, ma soprattutto libere.

    • Badev ha detto:

      Vorrei anche solo un decimo di quella leggerezza.
      Quanto alla mostra, c’erano anche la mucca e il vitello in formalina divisi in due (per conoscere meglio i loro organi interni in sezione), un grande pescecane, una parete di pillole colorate, diamanti artificiali in quantità, un grande disco sul muro ricoperto di mosche morte.
      Ma ti dirò, niente di tutto questo mi è parso particolarmente morboso, al limite un po’ borderline.

  2. damiano ha detto:

    ma che bellissimo racconto, e sopratutto scritto in una maniera leggera, scritto proprio da una farfalla! Comunque mi pare che dopo il dry and wet, ci sia anche spazio, per un salt and swim, in quell’amena località named canes Tower!

  3. riruinglasgow ha detto:

    molto bello! dal tuo racconto mi viene voglia di infilarmi in una stanza piena di vermoni alati e scarafaggini a pois, e non è poco Barbara!

    • Badev ha detto:

      Incredibile come due belle ali o qualche simpatico puntino possano rendere decisamente più presentabili certi brutti ceffi…

  4. esercizidipensiero ha detto:

    londra e la tate modern no, questo è un colpo basso. questa è invidia totale, di quella buona però. ma magari prima che finiscano le farfalle ci faccio un salto anch’io, chissà. mai dire mai. (gran pezzo, cara)

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