Inventario veneziano

Stasera ho nostalgia delle mie venezie, di tutte le città galleggianti che ho camminato fin qua.
Lontanissima nel tempo, Bruges, gita di un giorno durante una fuga estiva a Bruxelles, venticinque anni, un appartamento che si sviluppava in altezza, un paio di camere per piano, un biglietto sul tavolo – parto per l’India – e un enorme cane bianco cui badare senza troppo preavviso, ricordi, Emilie? Io quasi non sapevo cucinare per me, figuriamoci per lui. Ma era divertente quando usciva dal laghetto e scrollandosi tutto scaraventava intorno litri di acqua, come un grosso idrante peloso. Quell’anno lavoravi all’Associazione Europea dei Cartoni Animati e così mi sembrava in effetti la nostra vacanza belga, primo tassello colorato della nostra amicizia ancora così pulsante.
“Venice” era anche il westside di Los Angeles, molti anni dopo, bello imbattersi finalmente in una miniatura in quella metropoli sgomentante, magari artificiale come tutto il resto, ma in fondo anche famigliare, piccola cartolina italiana incastonata in quell’America so big.
Era Little Venice, maniglia di una porta invisibile su una laguna californiana di dolore ancora tutto da venire, tutto da navigare.
“Micre Venetia” era Mykonos, un settembre, inondata di quel sole che non consente riparo, a un’ora in cui la colazione confinava con il pranzo e diventava yogurt al miele su un tavolino azzurro-cicladi. Io mi sedevo e scrivevo per ore, ogni tanto si posava un petalo di bouganville soffiato dal meltemi, come un regalo.
Venezia era Amsterdam riflessa in una tazza arancione piena di caffè aspettandoti, da tutta una vita in realtà, finchè non sei comparso, valigia in mano, nel tuo “famoso impermeabile blu” e ci siamo fermati a sentire il trio d’archi che suonava sul canale e io dicevo ancora una e poi andiamo, e alla fine ci siamo andati, a vedere i girasoli.
Venezia era Venezia la prima volta che l’ho vista, con il suo complotto di zampilli che, all’ora stabilita, affioravano tra le fessure del pavimento di San Marco, con una promessa di acqua alta che non mi sarei persa per nessuna ragione al mondo, a costo di non riuscire a far ritorno al mio albergo.
Venezia mi segue da sempre, la incontro, mi trova.
Per esempio, io so perfettamente da dove arrivano quei gabbiani che ho visto volare leggeri sui comignoli di Glasgow.

Foto (B. De Vito): Venezia, particolare

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Looking for poetry in this and that.
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11 risposte a Inventario veneziano

  1. esercizidipensiero ha detto:

    fra poco porterò per la prima volta la barca da sola a venezia vogando, in quegli zampilli di cui parli, mi fermerò a bere un rosso a rialto, un rosso per festeggiare questo momento di grande autonomia. fatti raccontare bene dai tuoi gabbiani a glasgow, che sorrideranno di questa vogatrice impacciata ma felice.

  2. penna bianca ha detto:

    Ci sono città, luoghi e posti nascosti che rimangono indelebili e costanti nel loro raggiungerci. Un po’ come capita con le persone.

  3. Badev ha detto:

    Bisogna tornare a Venezia ogni tanto.

  4. runningclouds ha detto:

    Venezia è inevitabile, hai ragione. Si porta dentro in ogni luogo.
    Mi fermo a rimirarla in ogni mare in ogni acqua, in ogni sabbia in ogni cielo.
    Casa come è casa Venezia, non ce n’è altre per me.

  5. ejunko ha detto:

    Un dono, questo tuo, per una creatura veneziana come me. Grazie. F.

  6. JackTarantula ha detto:

    In poche righe sono stato sbalzato da un punto all’altro del mondo…. fantastico. Hai il dono di dipingere con le parole: le metti li’ su un vassoio di carta, noi le vediamo e poi sogniamo sogniamo sogniamo… molte grazie.

  7. prif ha detto:

    Bisogna tornare a Venezia ogni tanto.

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