Parigi, seminando raccogliendo sillabe

Quando sono arrivata tutto era al suo posto, così come l’avevo lasciato, come riaprire la porta di casa dopo le vacanze.
Esplorato a naso in su, l’autunno francese era limpido, con quell’azzurro tipico delle città del nord quando il tempo è sereno, le nuvole sparse qua e là, come sottrazioni di cielo.
Come al solito quella robusta Dama, ferrosa di giorno e scintillante di notte, con la sua gonna a balze metalliche lunga fino ai piedi, mi si piazzava davanti ovunque, come uno sgambetto.
Era Parigi, di nuovo e finalmente, inutilmente romantica, magnifica, mia.
Un pomeriggio ho incontrato Philippe, giornalista e fotografo, un’anima sui carboni ardenti ai tempi dell’università, uno dei cuccioli di quel maggio di megafoni e volantini. Abbiamo camminato da Saint Lazare a Les Halles, lui metteva le mani in tasca e le tirava fuori piene di racconti, molliche di pane con cui, Pollicino militante, ritrovava a ritroso la strada dei suoi vent’anni.
Trent’anni dopo eravamo a pranzo davanti a una tartare, un magret de canard, del vino rosso e la pioggia che cadeva malinconicamente come da cliché sul diametro striminzito del tavolino del dehors, costringendoci a una rapida ritirata all’interno del ristorante. Qui l’atmosfera era altrettanto francese tra le tovaglie a quadrettoni bianchi e rossi, il menu scritto col gesso sulla lavagna, il basco floscio sulla tempia di quel ragazzo tutto vestito di nero, laggiù all’ultimo tavolo, con una sigaretta spenta, dimenticata fra due dita.
Forse ribelle agli stereotipi classici, l’irrequieto Philippe mi porta a vedere l'”altra” Parigi, il quartiere Tolbiac-Massena, XIII arrondissement, che intorno alla Bibliotèque Francois Mitterand mi ricordava quasi Santa Monica, mentre poco più in là, appena oltre la rue Nationale diventava Chinatown, una Chinatown di grattacieli, templi e dragoni dove convivono cinesi, vietnamiti, cambogiani, laotiani e parigini.
Da quelle parti andiamo insieme al cinema “MK2” a vedere l’ultimo film di Michael Haneke, che è, per l’appunto, una granata nello stomaco, un film stupendo sull’amore e sulla morte. La morte della memoria, soprattutto, che disancora dalla vita e crea vergognose scompostezze del corpo e dell’anima, l’amore che, lui solo, restituisce dignità, preserva il pudore, ci fa afferrare anche sul precipizio, l’amore estremo infine, che libera dal male.
Il vero regalo per me è ascoltare la voce non doppiata di Jean-louis Trintignant, così profondamente vera, mi sembra ancora di sentirla.
Novembre a Parigi era il mese della fotografia. Al Museo del Jeu de Paume, al fondo di una passeggiata lunghissima sul tappeto di foglie gialle delle Tuileries, ho scoperto Manuel Alvarez Bravo, un contributo messicano importante al linguaggio della fotografia moderna. Radicalmente astratto in una parte della sua produzione, curioso di forme e oggetti isolati che, persa la proporzione, diventano quasi paesaggi, ma anche fotografo di paesaggi veri, quieti e solitari, di persone ferme, silenziose, spesso addormentate. Anche per lui, come per Calderon de la Barca, “la vita è sogno”, pensa che le immagini siano esse stesse fragili e deperibili, non fanno che catturare appena le tracce del passaggio dell’uomo su questa terra.
Pittore protagonista di questo mio viaggio è stato Edward Hopper, due ore e mezza di coda davanti al Grand Palais sono state ricompensate da una mostra perfetta e da una telefonata. Io che camminavo dalla mattina alla sera, tornata in albergo mi sentivo un po’ la ragazza di “Hotel Room, 1931” seduta sul letto, finalmente senza scarpe e con un libro sulle ginocchia. Mi sono ritrovata una sera seduta al tavolino di “Chop Suey, 1929” insieme a Caroline ed avevamo cappellini e chiacchiere molto simili a quelli delle due ragazze del quadro. Ero, siamo, nei suoi dipinti. Non riesco a dimenticare la luce, quasi un “flash”, che inonda la facciata della “House by the Railroad, 1925” e di tutte le altre sue case, i volti pieni di attesa degli uomini e delle donne di Hopper che siamo noi tutti.
La colonna sonora della mia settimana parigina è stata la musica di un duetto che farà sicuramente molta strada, Charlotte Dudignac e Marina Larnaudy, in arte “Madam”, scoperte in un locale la prima sera che sono arrivata, presentavano in anteprima le canzoni del loro primo cd che uscirà in primavera, ballate folk-pop e pop-tango, come dicono loro, scoppiando in un sonoro sorriso, con la faccia trepidante di chi sta sulla riva in procinto di salpare, e senza troppi salvagente.
Occasionalmente dal mio mp3 saltava fuori la Vanoni, mi sembrava che la sua voce pulitissima si addicesse a quel bel cielo terso, che ascoltare una canzone di guerra in milanese attraversando il Pont des Arts pieno di lucchetti d’amore creasse una commistione suggestiva.
Parigi bella, città permeabile, che ti lasci indossare, che scaldi con i colori freddi dei tuoi tetti carta da zucchero, che mi hai fatto rileggere una pagina di Cortazar al Cimitero di Montparnasse, seduta come un’amica accanto alla sua tomba, su cui non manca un bicchiere di vino rosso e bigliettini del metro dei molti che hanno viaggiato con lui tra le mani.
Parigi di anatroccoli e foglie galleggianti al Luxembourg, di uomini panciuti che leggono Le Figaro nelle sedie comunali, di vele giocattolo da far inclinare nella fontana davanti al Louvre la domenica mattina.
Parigi che non mi stanchi, così cartolina e così mutante, che ti conosco ogni volta di più e di meno, così che abbia sempre e comunque un senso ritornare.

Foto (B. De Vito): Jardin des Tuileries, novembre 2012

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30 risposte a Parigi, seminando raccogliendo sillabe

  1. prif ha detto:

    Ho letto un particolare. Fammi sapere.

  2. Giù ha detto:

    …una curiosa voglia di ascoltare Charlotte Dudignac e Marina Larnaudy…

  3. esercizidipensiero ha detto:

    quando srivi così fai venire voglia di essere mosca per seguirti silenziosi tra i tuoi giri, appuntare bene tutto e poi tornare con calma, tornare e ritornare. che bellezza, solo questo, ecco.

  4. doze ha detto:

    Sei riuscita a smontare un cliché, Parigi d’autunno, con il racconto del tuo autunno a Parigi. Sembra un sogno, lieve e profondo al tempo stesso. Grazie.

    • Badev ha detto:

      Era tutta una battaglia, cliché e controcliché, così era più divertente. Ma poi sono anche i cliché che ce la fanno amare. Che aria tira over there? Un bacione e grazie!

  5. Pietro Di Legami ha detto:

    E’ forse il più lungo Pentolino? Forse è da questi esercizi che bisogna passare per approdare (chissà?) a qualcosa di più lungo, più composito, più coraggioso. Nel “lungo” si perde, forse, in poesia, ma si guadagna in dettagli, descrizioni, sensazioni che si approfondiscono e colpiscono in egual misura. Forza, Ba’! Continua così e regalaci, appena puoi/vuoi, un racconto lungo, che, forse, ti potrà dare un modo diverso di fare poesia.

  6. penna bianca ha detto:

    Benché non vada in estasi per Parigi quanto te, tu me la fai amare. E che bella la parte finale sembra tu parli di una cosa viva, pulsante. Sembra che tu parli di una persona. E poi, si legge che è un piacere.

  7. Badev ha detto:

    Non è solo una persona, è una mia cara amica.
    Ti chiamerò, PB.

  8. riruinglasgow ha detto:

    bello bello bello. bravo’! anche io vado a parigi l’anno prossimo sai. gne gne. baci badevina

  9. Calinore ha detto:

    Je n’avais pas encore porté le chapeau, mais il est peut être temps d’essayer? Je suis ravie de m’être trouvée dans une aussi jolie toile.

  10. Badev ha detto:

    Oui. Tu peux, t’as le visage.

  11. jonuzza ha detto:

    bellissimo post, mi hai fatto vivere con te questa Parigi dei sogni.( siamo amiche su flickr http://www.flickr.com/photos/melograno19/)

  12. melodiestonate ha detto:

    bellissimo il tuo blog……ripasserò con più calma voglio leggerlo tutto……….Sara

  13. Philippe Haumont ha detto:

    J’adore ce très beau texte… Tu reviendras. Car tu es Parisienne ma Barbara. Merci pour nos moments.

  14. annam11 ha detto:

    Il cielo autunnale di Parigi… dalla tua descrizione sembra di esserci!

    • Badev ha detto:

      Benvenuta Anna, in questo blog poco regolare, su cui scrivo “casomai”…
      E anche per me le fotografie sono stanze in cui abito volentieri 🙂 A presto!

  15. Quando sono stata a Parigi era proprio di novembre. Ho dei bei ricordi legati a quel viaggio…mi sono quasi commossa…perché anche io come te, mi sono soffermata sulle piccole cose, sulle persone, sui colori…
    interessante il tuo blog…lettura davvero piacevole. tornerò

  16. Pingback: Le plus petit guide de Paris | il pentolino per il mate

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