Caro Elliott Erwitt (lettera a un fotografo)

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Caro Elliott Erwitt,
qualche tempo fa, conversando con Robert Capa (a lui davo del tu, perchè eravamo praticamente coetanei), ipotizzavo che cosa lui sarebbe corso a fotografare, del suo tempo, se fosse vissuto un po’ più a lungo, e tra queste cose c’era anche il dolore dei Kennedy, dopo l’attentato a Dallas nel ’63. Ecco, oggi scopro che l’ha fatto lei, raccogliendo per sempre nel suo obiettivo quella lacrima inconsolabile, imprigionata nella veletta nera di Jackie ai funerali del marito, in Virginia.
Una bella fortuna per lei, così giovane, essere accreditato come fotografo alla Casa Bianca, aveva in fondo solo trentacinque anni, Robert Capa se n’era andato già da nove con la sua Contax tra le mani a esplorare grandangoli ultraterreni.
E’ proprio davanti a quella sua fotografia della madre di Capa, piegata sulla tomba del figlio Robert che ho rifatto tutti i calcoli e lei, Sig. Erwitt, era già una mascotte della Magnum a poco più di vent’anni, questo non è male. Ho letto che ha pubblicato quella fotografia solo molti anni più tardi, per rispettare il dolore della famiglia e del fratello di Robert ancora in vita. La povera donna se ne sta su quella lapide in una posizione che toglie ogni speranza, accucciata, con il viso tra le mani, come fosse costretta a giocare a un nascondino crudele e senza ritorno, facendo la conta all’infinito.
Per simmetria a tanta desolazione, mentre passeggio nei saloni di Palazzo Madama in questa mostra bellissima che ho la fortuna di visitare nella mia città, mi fa bene imbattermi in un chiaroscuro che splende di vita, una foto di luci perfette in cui c’è sua moglie, la vostra prima figlia neonata e il vostro gatto nella penombra di una camera da letto, a New York, nel ’53. Mi piace il senso di maternità ancora acerbo che vi si legge, quasi più contemplativo che consapevole, lo sguardo di lei allo stesso tempo dolce, ma interrogativo di fronte a quel piccolo ufo addormentato e nudo, atterrato da chissà dove, non certo da se stessa, sopra un fasciatoio di fortuna (e il gatto, un po’ in disparte sulla sinistra, sembra quasi saperne più di tutti riguardo alle umane vicende).
Raggiungo la serie dei “bagnanti” e arriva l’aria salmastra di Santa Monica, trent’anni prima del mio viaggio americano. Ritrovo le vele, i gabbiani, la spensieratezza californiana delle silhouettes controluce sulla spiaggia, gli steccati di legno sulla sabbia che sembrano dire: attenzione, oltre questo punto c’è soltanto oceano, un oceano che ti asciuga tutti i pensieri, distraendoti solo ogni tanto, con qualche riverbero di luce a pelo d’acqua, da un infinito senso di pace.
Ammiro una dopo l’altra le sue fotografie dei visitatori nei musei e mi rendo conto di quanto mi sarei divertita con una macchina fotografica intorno al collo, a giocare con lei a questo gioco geniale che aggiunge arte all’arte, come nel caso dei turisti davanti al dipinto della “Maja desnuda” e della “Maja vestida” al Museo del Prado, dove con molto genio e tanta paziente attesa è riuscito a catturare l’ironia spontanea che viene a crearsi certe volte tra le opere e chi le osserva.
Mi fa sorridere, mentre proseguo la visita ascoltando l’audioguida, quello che racconta sui cani, graditi protagonisti delle sue immagini: “…i cani sono creature comprensive…non li disturba essere fotografati, non chiedono le stampe…essenzialmente per me sono persone interessanti con più peli”. E mentre l’ascolto penso che, per una curiosa combinazione, alcune tra le persone che mi sono più care al mondo ne hanno paura, ma sono certa che non potrebbero farsi intimorire da un minuscolo chihuahua con berretto e cappotto o dal bulldog quasi umano che si riposa sugli scalini di una casa newyorkese e ancor meno da un levriero che posa con eleganza con una candida rosa di seta di Balenciaga intorno al collo.
Queste sono le impressioni, le più vive, che mi lascia il nostro incontro, ma ognuna delle sue 136 fotografie esposte, e da lei stesso scelte, apre una piccola breccia nella mia immaginazione ed è un regalo prezioso che lei mi fa.
Mi piace pensarla ora nel suo studio fotografico affacciato su Central Park, in un giorno in cui piova a dirotto come qui, mentre scopre per caso di avere ancora quello scatto che le sembrava di aver perduto per sempre.
Perchè i fotografi sono distratti, ma le loro creature silenziosamente li aspettano e a volte all’improvviso ritornano, magari dopo anni, magari in un giorno di pioggia, così.

La mostra ha sede a Torino, Corte Medievale di Palazzo Madama (Piazza Castello): 17/04 – 1/09 2013.
Orari: da martedì a sabato dalle 10 alle 18 (ultimo ingresso alle 17) e la domenica dalle 10 alle 19 (ultimo ingresso alle 18).
Biglietto Intero: 8 € (nel prezzo del biglietto è compresa l’audioguida). Ridotto: 5 €, ragazzi tra i 13 e i 18 anni; aziende convenzionate; (nel prezzo del biglietto è compresa l’audioguida). Omaggio: bambini da 0 a 12 anni; persone con disabilità; dipendenti Fondazione Torino Musei; Abbonamenti Musei Torino Piemonte; Abbonamenti Torino + Piemonte Card (1 adulto + 1 bambino minore di 12 anni); Abbonamenti Torino + Piemonte Card Junior (dai 13 ai 18 anni); guide turistiche con tesserino di abilitazione. è compresa l’audioguida.

Foto: Elliott Erwitt, Paris, France 1989

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Informazioni su Badev

Looking for poetry in this and that.
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29 risposte a Caro Elliott Erwitt (lettera a un fotografo)

  1. Pim ha detto:

    Gli psicologi sono quelli che, al Crazy Horse, guardano il pubblico. Sulla falsariga, direi che i fotografi alle mostre d’arte fanno la stessa cosa. La capacità di fissare le emozioni nel momento in cui nascono è un dono meraviglioso, una vocazione irrefrenabile.

    • Badev ha detto:

      Sì, vedo quello che vuoi dire con Makaresko e la chiave sta proprio in un certo modo di saper “guardare”. I musei per i fotografi sono un’occasione continua per scattare un’immagine consapevole con soggetti inconsapevoli, così come per lo psicologo al Crazy Horse, ma forse anche in coda al supermercato o ovunque ci si possa soffermare a osservare. Grazie Pim.

  2. Pendolante ha detto:

    Bellissimo questo omaggio.

  3. massimolegnani ha detto:

    Caro Elliott,
    guarda che chi ti ha scritto questa calda recensione e’ quasi una tua collega. Dai un’occhiata alle foto che compaiono qui (un po’ mimetizzate nella firma) e dimmi tu se non ha stoffa.
    ml

  4. Gianca ha detto:

    Per l’occasione sono tornato a rileggermi anche la missiva a tal Capa (con “ritorno” di brivido annesso a leggere le tue parole sul suo amore per Gerda) e l’ho apprezzata – e capita – ancor meglio, una volta confrontata con quella qui sopra, dove si parla invece di momenti colti davvero, e per davvero impressionati su una pellicola.
    Tante foto di Erwitt sono momenti semplici ma irripetibili ed è stata una nuova emozione rivederli nelle tue parole.
    E il bello di avere alcuni anni di foto digitali ancora da spulciare per bene l’hai scritto nell’ultima frase!
    Una cosa che non mi stufo mai di fare, è di aspettare che qualche mia foto torni a cercarmi!

    ps: tornerò a visitare Elliott una volta che avranno messo in carica le batterie delle audioguide 😉

    • Badev ha detto:

      Noi, nell’era del digitale, non abbiamo archivi, abbiamo “magazzini” e non sempre di straordinaria qualità, ma a volte il ritorno del figliol prodigo avviene lo stesso e porta gioia e sorpresa.
      Quanto a Erwitt, una delle cose più belle scoperte in questa mostra è stato sapere che colui a cui Capa ha passato il testimone fosse ancora vivo e magari oggi se ne va in giro come noi, con una compattina in tasca e le cuffiette nelle orecchie: la Storia della Fotografia che cammina ancora per le strade di New York.
      Ps: anche la mia audio guida era già scarica alla foto numero quattro…

  5. gisi ha detto:

    peccato che tu non sia andata a conoscerlo, all’inaugurazione c’era proprio lui in persona.
    Ecco, avresti poptuto chiedergli l’indirizzo mail e spedirgli questo scritto.

    E’ una fortuna parlare di un grande fotografo e sapere che esiste, che è lì da qualche parte.
    Molti suoi colleghi, come la maggior parte degli artisti, sono morti giovani o non hanno avuto il tempo di raccogliere i complimenti e le emozioni di chi li ha ammirati;
    lui può ancora farlo, tu puoi ancora farlo.
    Scrivigli…

    • Badev ha detto:

      🙂 …ma Elliott Erwitt avrà whatsapp?!
      Quest’era di ipercomunicazione ci fa pensare di poterci mettere in contatto con tutti in qualsiasi momento, anche con i miti viventi, che se fossero magari anche su qualche social network sembrerebbero persino meno mitici, voglio dire, più raggiungibili…e in effetti è molto bello, come dicevo prima a Gianca, anche solo l’idea che lui ci sia ancora e che gli si possa rivolgere direttamente la parola, una domanda, un complimento. E’ affascinante l’idea di condividere ancora lo stesso Tempo.
      Poi non so, magari farei come a 9 anni di fronte al Presidente Pertini che non riuscii a spiccicare una frase.
      Va bene, comincio a tradurlo in inglese o si ricorderà un po’ d’italiano di quando abitava qua? 😉
      Grazie e un bacio, Gì!

  6. riruinglasgow ha detto:

    wow, bellissimo badev! le foto sono incredibili, in questo periodo mi piace che l’arte faccia breccia in me come da un po’ non succedeva. e le tue parole come stanno bene. ti abbraccissimo

    • Badev ha detto:

      Mi rendo conto che talvolta il GMOMA possa essere un po’ frustrante… (Ricordo l’installazione di quell’enorme tiramisù allestito quest’estate nella sala a piano terra…ehm…). Abbracci anche a te lassù. Aye!

  7. pupanna ha detto:

    invidio voi torinesi, come la vedrei volentieri questa mostra! Magari ne conosco varie di queste foto ma le foto stampatesono ben altro! Non conoscevo quella della mamma di Capa e mi hacolpito per la drammaticita’ intensa e silenziosa .

    I miei archivi sono affollatissimi eppure nonostante il mio continuo tentativo di immagazzinarle con diverse ciavi di ricerca l’esserne pienamente padrona e’ difficilissima impresa. Periodicamente le riguardo e, come dici tu benissimo, ogni tanto vengo colta alla sprovvista dalla scoperta di una foto mai notata e.che gia’ vive di vita autonoma … Perche’ alcune foto tu le fai maappena fatte sono gia’ autonome, vivono di vita propria … Sorprendono me per prima 🙂

    • Badev ha detto:

      Per contro io invidio i tuoi fine settimana a Marzamemi e me li immagino tutt’altro che in bianco e nero, mia cara! Belle comunque queste condivisioni fotografiche, l’idea della foto che si riconsegna a distanza ci suggestiona un po’ tutti, vedo.

  8. penna bianca ha detto:

    Mi piace il taglio che hai dato a questo post. Se fosse una foto sarebbe ricca di particolari ma non pesante e con una certa intimità.

  9. edp ha detto:

    ma io ci voglio venire a vederla, e fino all’unozeronove vuoni che non lo trovi un attimo?

  10. doze ha detto:

    la maya desnuda rimirata al museo, il tuo fotografo che immortala la gente e tu che racconti la sua fotografia, io che leggo te e comincio la giornata con poesia insieme leggera e profonda. grazie. peccato che la mostra non duri qualche settimana in più, ce l’avrei fatta 🙂 baci, ale.

    • Badev ha detto:

      Mi fa sempre un grande piacere trovare un tuo commento, improvvisamente mi fa fare un volo intercontinentale senza valigia e mi diverte che tutto arrivi anche lontano. Come siete messi a mostre laggiù? (una volta superata la prateria extraurbana in cui ti stai cercando, s’intende)

    • doze ha detto:

      me ne sono andato via da perth proprio quando stavano cominciando a mettere su vari fringe festival et similia dove qualche bella cosa c’era pure, ma poi ho preso qualche strada secondaria di troppo e qui l’unica arte che riempie le giornate è quella della manutenzione degli oggetti. sto facendo un po’ di bargaining con lo chef della fattoria che vuole vendermi una vecchia lumix per 60 dollari, ma dato che il display è rotto gliene offro 50, e nessuno di noi due ha ancora pensato che forse con 55 stiamo a posto. da là, allestirò le mie private mostre di animali e trattori

  11. Grazie per ciò che scrivi sui fotografi e sulla fotografia. Da oggi guarderò con occhi diversi Elliott Erwitt, ma al margine di tutto ciò non posso non provare una grande amarezza. Uno abita a Torino o Milano che so io magari a Carmagnola oppure a Valdagno e come niente, o con davvero poco sforzo va a vedere una mostra. Tu pensa invece, io vivo in un posto dove l’attività primaria di ognuno è la prevaricazione fisica e morale del prossimo; dove si fa a gara per distruggere e insozzare una terra altrimenti bellissima e dove è già un’impresa sbarcare il lunario figurati prendere un aereo per vedere le foto di Erwitt . Una mostra dici, di un grande fotografo dici. ma chi è e cosa me ne viene, qualche legame con l’assessore xx o l’onorevole yy e poi chi la mette su, chi paga ??? Chiedo scusa per lo sfogo, ma oggi mi gira così.

    • Badev ha detto:

      Non so dove tu abiti, ma capisco il tuo risentimento. Far finta di non vedere è frustrante quanto andarsene via e quest’ultima a volte non è una soluzione percorribile per molte ragioni. Comunque non è fondamentale venire a Torino a vedere la mostra, anche se è fortunato chi lo può fare. Fondamentale è riuscire a cogliere gli stimoli di chi ci racconta qualcosa di bello e poi magari esplorare, approfondire da soli, e in questo la rete aiuta, anche da fermi, a costo zero. Per il momento, sperando che prima o poi qualcosa cambi, in generale, e sulla sensibilità rispetto all’importanza della cultura in particolare. Ciao e grazie.

  12. germogliare ha detto:

    è un piacere stare a leggerti.

  13. ilgattosyl ha detto:

    Ho visto quella su di lui che hanno fatto a Venezia l’estate scorsa e mi ha rapito….

    PS: grazie per il follouing…..ti follouerò anche io 🙂

  14. Badev ha detto:

    Ciao Gatto, se non sei lontano da Roma, o ti capita, vai anche a vedere Salgado, merita assolutamente, magari ne scrivo qualcosa. Un saluto e grazie.

  15. danielagambarin ha detto:

    ciao badev
    stupendo questo tuo post su uno dei miei fotografi preferiti..ho visto qualche anno fa una mostra a merano a lui dedicata…
    se ti va di farmi visita nel mio blog mi fai felice
    daniela
    da
    https://infusodiriso.wordpress.com/

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