La scoperta di Hemingway

2780823152_5c86871ac1_oAppena aperta la porta, lo sguardo è lo stesso che avevamo prima di andare a capo.
Riprendiamo quel foglio su cui avevamo lasciato una specie di scarabocchio, le nostre firme ormai illegibili, ripartiamo dalla virgola del pi greco, pronti alla verifica di tutta la fila lunghissima dei decimali dopo il tre.
Sì, il tempo è passato con la bellezza di una cometa e con la fretta di un’ambulanza, ma su molte cose, appunto, ci ha illuminati e ci ha guariti e tu ti versi il vino e mi spieghi come.
Allora, vedi, noi tre bambini la sera a tavola alzavamo gli occhi, appena sopra il cucchiaio della minestra, giusto per spiare le facce dei nostri genitori e capire se il giorno dopo ci sarebbe stata pace o (di nuovo) burrasca.
La cameriera della trattoria si dimentica di portarti il galletto al forno e andiamo avanti a chiacchierare fino a notte fonda, mentre tu, nell’attesa metti in fila sullo spiedo della memoria la tua infanzia fragile, la toga indignata di Casson, i polimeri di Porto Marghera che mordono il respiro a tuo padre, ora che il sacco da cinquanta chili non se lo mette più in spalla con un colpo di reni.
E mi racconti di quel giorno in cui all’improvviso a Singapore, proprio dove non c’erano posate, quel rumore di cucchiai e coltelli nel silenzio metallico della cena è diventato talmente assordante che è esploso finalmente nella risposta giusta.
Sono a cena con quel biondino di sette anni, il “cèo” che saliva in cima al trattore per dare una mano nel campo, con il dottore in Chimica figlio di operaio del Petrolchimico che quella mattina lì si è stretto ancora più forte il nodo (in gola) della cravatta pur di non commuoversi, con l’uomo ormai sereno, sicuro di sè, che dice alla sua donna fermati, ti prego, in questo porto, non veleggiare più che siamo pronti per attraccare.
Dieci anni da narrare l’uno all’altro, come ci cantava Guccini ai concerti, ti ricordi, il fiasco in mano, ma ora siamo noi che ce li raccontiamo davanti a un bicchiere di barbera, noi che abbiamo scavato una buca nella sabbia abbastanza profonda da aver trovato l’acqua ed essercene già bevuta un bel po’.

Foto (B. De Vito): Milano, da qualche parte

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24 risposte a La scoperta di Hemingway

  1. kalissa2010 ha detto:

    Qualsiasi cosa sia, sa di buono. Se dovesse essere quello che spero, ha il sapore delle ostriche di Cancalle, mangiate al porto con i piedi a sbalzo sull’oceano…

  2. fango ha detto:

    adoro quella canzone di Guccini.

  3. graziaballe ha detto:

    la tua scrittura è varia.
    ci porta in posti, con gente, pensieri e umori diversi…e noi attracchiamo sempre volentieri al tuo porto!

  4. Pim ha detto:

    Sì, è questo rivedersi, questo rispecchiarsi l’uno nell’altro – in ciò che era oppure è – come in un’istantanea appena un po’ mossa. Flashbulb memories…

  5. Pellons ha detto:

    Le cose sognate e ora viste….

  6. Pendolante ha detto:

    Ho sempre amato Incontro e anche da ventenne ne percepivo la nostalgia e il rimpianto. Ora che ventenne non lo sono più, la sento ancora più mia

  7. massimolegnani ha detto:

    mi sfugge hemingway, il resto lo “sento” tutto!
    ml

  8. massimolegnani ha detto:

    Grazie. Sono un analfabeta musicale! pensare che mi piace guccini, come altri, lo ascolto ma dimentico subito titoli e testi 🙂
    ciao B.

  9. natadimarzo ha detto:

    Guccini mi piace, lo capisci dal nome, Anche il tuo racconto, anche se non so di cosa parla. Mi si stringono in gola quelle prime strofe di Incontro, “già nostra e ora straniera e incredibile e e fredda”, anche senza la nostalgia di nessuno.

    • Badev ha detto:

      Il mio era un racconto di amicizia ritrovata più che di nostalgia, comunque Guccini anche per me è un grande. I suoi concerti sono tra i ricordi più divertenti che ho.

    • natadimarzo ha detto:

      Io ne ho visto purtroppo solo uno, uno degli ultimi che ha fatto, ma ho meravigliosi ricordi dei sabato mattina e del giradischi di mio padre che suonava Guccini!

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