Valdapozzo

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Valdapozzo era la nostra Woodstock, anche se era in provincia di Alessandria e al posto della birra scorreva, a fiumi, del rosso di Langa.
Era il nostro appuntamento annuale, una sciagurata banda di ragazzi col pallino della fotografia a piede libero nell’alto Monferrato.
Forse Jimi Hendrix e gli altri si erano persi a Quargnento, ma pazienza, noi avevamo la chitarra di Lucio, un cielo azzurro-azzurro e delle reflex sempre infilate al collo, perchè la luce l’amavamo almeno quanto la musica ed in effetti inseguivamo immagini che somigliassero a delle canzoni e la campagna si prestava molto.
Ci chiamavamo Diecicento, come il cap di Torino, come una bellissima invenzione a ripensarci, un’esperienza di amicizia e passione comune che è nel cuore di tutti quelli che come me l’hanno vissuta.
Non si è mai capito esattamente se ci unisse di più l’arte fotografica o la bottiglia, ma sicuramente una cosa aiutava l’altra, i risultati c’erano e si potevano misurare chiaramente, in fase di sviluppo e stampa e all’etilometro.
Ci si incontrava più volte alla settimana in città per delle passeggiate fotografiche a tema, ma d’estate tutti attendevamo la spedizione “mandrogna” che era diventata di rito.
La Natura in quel luogo ci viziava con immensi campi di girasoli e di frumento che per anni hanno fatto da sfondo alle nostre composizioni e tutti le siamo riconoscenti per quel giallo e quell’oro che ha lasciato generosamente e per sempre in fondo ai nostri occhi.
Non scattavamo semplici fotografie, non erano anonimi panorami, erano storie da raccontare, fingendo noi, per gioco, di essere chiunque purchè facesse ridere, e questo volevamo soprattutto, divertirci, trasformarci, “posare”, conciati in qualunque modo, improbabili teatranti in mezzo al silenzio sornione della campagna, con la fantasia che mai più come in quegli anni è stata un giacimento di brillanti idee e memorabili scenografie all’aperto.
Il massimo dell’impegno e dell’immaginazione ce lo richiesero il “Quarto Stato” di Pellizza da Volpedo e l”Ultima Cena” di Leonardo: avevamo ambizioni modeste, contenute, di banale realizzazione.
Sperimentavamo. Un paio di occhiali da sole, un fruscio di bolle di sapone ci scomponevano in un gioco di riflessi ancora inesplorato, l’ora incantevole del controluce rivelava la poesia e la danza delle silhouettes al tramonto, la pancia di sei mesi di Luisa era invece come un’alba che cresceva sulla linea dell’orizzonte. Persino il dondolio dell’amaca spinta da un piede ubriaco (chè il vino di Langa ha delle ragioni che la ragione non conosce) poteva regalare un “blur” inaspettato e non solo quei mossi penosi che finivano dritti nel cestino senza rimpianto. Elimina? Elimina.
Per due giorni Valdapozzo era la nostra cascina, la imparavamo a memoria, dal cortile al pagliaio fino ai campi aperti. Ci si muoveva liberi, ciascuno con la sua dotazione di obiettivi, ci si coglieva di sorpresa, a colpi di clic, come se le macchine fotografiche fossero pistole pronte a sparare, ma erano rappresaglie gioiose, in cui pur impugnando le armi, tutti avevamo le mani in alto.
Era il finesettimana delle zanzare, delle nuvole estive, dei guaiti di Dylan e Asako, dei canzonieri scompaginati, del caffè cubano di Olivia, delle ciucche indimenticabili di Sem: era la barzelletta che conoscevamo già tutti, ma ogni volta volevamo riascoltare.
Questo post è dedicato a loro, agli amici “di fotografia”, una magia che tra noi partiva sempre dall’aorta, prima ancora che dagli occhi.

Foto: Simona Soldera – Il Diecicentesimo Stato – Valdapozzo, 2007

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Looking for poetry in this and that.
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36 risposte a Valdapozzo

  1. gisi ha detto:

    “Per due giorni Valdapozzo era la nostra cascina, la imparavamo a memoria, dal cortile al pagliaio fino ai campi aperti. Ci si muoveva liberi, ciascuno con la sua dotazione di obiettivi, ci si coglieva di sorpresa, a colpi di clic, come se le macchine fotografiche fossero pistole pronte a sparare, ma erano rappresaglie gioiose, in cui pur impugnando le armi, tutti avevamo le mani in alto.
    Era il finesettimana delle zanzare, delle nuvole estive, dei guaiti di Dylan e Asako, dei canzonieri scompaginati, del caffè cubano di Olivia, delle ciucche indimenticabili di Sem: era la barzelletta che conoscevamo già tutti, ma ogni volta volevamo riascoltare.”
    Questa la parte che mi rappresenta di più. E che più mi ha riportato là con la mente e con la nostalgia struggente che solo certi ricordi possono destare.
    Ricordo il camper di Jos, le lacrime dei cuori sofferenti liquefatte dal Barbera, i caffè accompagnati dal flash di Semantico appena svegli con gli occhi ancora stropicciati, le gare, le foto di gruppo, la ricerca di cibo commestibile il giorno dopo, i girasoli, il bagno di freeck nella fontana ghiacciata alle due di notte, Rosa Pedra in treccioline vestita da bavarese o che imbraccia un fucile, i ragni giganti, la polvere dei materassi, il bagno sempre occupato e la cartaigienica che mancava sempre, la gente che arrivava festosa carica di cibarie e allegria su dal sentiero, i gavettoni, il megafono di Vulkan e il matitone di Zioluc, il cicalio e l’afa del teatro. Ricordo.
    Grazie per aver aperto questa finestra sul passato

  2. riruinglasgow ha detto:

    che foto fantastica! Non ti ho trovato pero’? una bella storia Badev, mi hai portato tra le langhe dell’avversaria Alessandria.

  3. ilgattosyl ha detto:

    Amo il quarto stato. Soprattutto da quando dovetti rappresentarlo in una leggendaria caccia al tesoro quando avevo 20 anni.
    La vostra esperienza mi piace molto. Ricorda molto le comunità hippy degli anni 70

  4. graziaballe ha detto:

    A leggervi vien voglia di chiedervi “e ora? …non vi vedete più?”
    Ma sento anche nel tuo raccontare un senso di compiutezza di un percorso, di bellezza del ricordo che non si ricostruirebbe mai allo stesso modo se si tentasse di reiterarlo.
    Deve essere stato un intenso modo di fare comunità.
    La ragazza che è in me direbbe adesso “via verso nuove avventureee!!!” 🙂

    • Badev ha detto:

      Hai centrato la questione. Ci si vede, ma non più in quel modo, a ciuffetti più piccoli magari, a due, a quattro, raramente in tanti. In quella “comunità” come la chiami tu si fecero e disfecero coppie, alcune però si fecero senza disfarsi e lasciando persino tracce “tangibili e capricciose” del loro amore. Tutti sono andati inevitabilmente verso nuove avventure.

  5. zioluc ha detto:

    e non dimentichiamo Pasquale!
    Ora hanno ristrutturato la cascina, pare ci si mangi bene, e fanno dei corsi alternativi ma probabilmente interessanti…

    http://www.valdapozzo.org/

  6. the pellons' ha detto:

    No ma che bello! Ma perché non mi hai chiamata? 😉

  7. Pupanna ha detto:

    Qualcosa l’ho vista in foto qui e li … Mica e’ passato molto tempo, eppure a leggerti c’è già nostalgia, ti capisco 🙂

  8. ma quanta quanta quanta bellezza. alla fine di un post così è normale che venga un irrefrenabile desiderio di sbranarsi di barbaresco con al collo una canon 650d appollaiato su un’amaca? è normale vero?

  9. Carla Massimetti ha detto:

    Ognuno ha la sua Valdapozzo. Sono cascine che prendono molte forme, e anche le campagne intorno hanno la stessa proprietà, si trasformano in mare o qualsiasi altra onda.
    Così ognuno sa quello che succede nelle Valdapozzo sparse per il mondo, e sa ritrovare il proprio pezzo di aorta.

    (La vostra Valdapozzo la guardavo sempre su Flickr, era proprio così).

  10. Semantico ha detto:

    Io non ricordo nessuna ciucca… 😀
    (la fotografia più di tutto ha reso quei ricordi memorabili… )

    Bella lì…

    @Graziaballe: I’m agree.

    • Badev ha detto:

      Abbiamo numerose fotografie (testimonianze) che possono supplire ai tuoi “sbiaditi” ricordi, Sem. In ogni caso, senza te, Valdapozzo non sarebbe stato lo stesso.

  11. Piper ha detto:

    Da inguaribile nostalgico ,più di una lacrima e’ scesa leggendo le tue e le parole di Gisella. Ricordi indelebili di un molestatore di sonni altrui e di una crocerossina con il “vizio” della scrittura che mi rimbocco’ le coperte dopo una serata di bagordi .

    • Badev ha detto:

      Forse eravamo io te e Vulkan, non so se ricordo bene, in una fortunata dependance del grande accampamento. Ma memorabile era il bagno in cima alla scala con una coda che nemmeno al MOMA.

  12. massimolegnani ha detto:

    peccato non l’abbia fatta tu quella foto, è stupenda. prima ancora di leggere del quarto stato, mi aveva affascinato, colpito da quella terra grassa che vi fa così veri. (sicura che non l’hai fatta tu?)
    bellissimo questo personalissimo amarcord, fatto di passione genuina e parole belle.
    ml

    • Badev ha detto:

      Purtroppo non l’ho fatta io, come a molti altri, mi sarebbe piaciuto tantissimo. Il luogo era speciale, i falsi braccianti anche.

  13. penna bianca ha detto:

    Ma che bello questo post. La foto. L’aria che si respira. A me piace tanto fare le cose in gruppo. Ma che bello.

  14. Pavolo ha detto:

    Proprio bello!
    Grazie 🙂

  15. Cinnamomo ha detto:

    Un tuffo al cuore con sorriso ebete durante la lettura di queste parole. un’esperienza che ci ha portati sino alle tue parole ora.
    Comunque se ora si mangia li caro zioluc ci si potrebbe pure andare …nuova veste per valdapozzo e nuova veste per tutti noi!

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