Negli occhi dei gufi

oiseaux L’orologio via dal polso, gli occhiali, la collana sul comodino, i gesti che spengono la luce.
Il corpo solo, senza l’armatura del giorno, stanco ma ancora samurai, su un tatami di puro cotone, è soltanto nella tua mano che vorrebbe ormeggiare.
A ciascuno le sue “madeleines” sul far della sera, a qualcuno tutta la Recherche.
C’è voluto del tempo per vedersi bambini dentro ai ricordi, queste macchie di umido sul soffitto degli occhi, che il buio della notte nutre, cresce, fa affiorare, grosse e nitide come i buchi del formaggio, sotto l’elmo fertile del cuscino.
Grata alla mia infanzia, a quei rettangolini colorati che eravamo, sbucciati alle ginocchia, resi curiosi, abbracciati al momento giusto, amati profondamente, e grata alle mie stilografiche che da sempre scompongono la vita in piccoli segni blu e neri che l’annotano, la rileggono, la raccontano.
“Don’t cry baby” canta intanto Bessie Smith ed io voglio in effetti credere ancora nella poesia, più che nell’erario fin troppo calcolato dell’imperatore.
Mi ricordo i tre vecchi sulla panchina davanti al prato, nel parco a Shanghai, tendevano ciascuno un aquilone, come i pescatori aspettavano che un vento un po’ più forte abboccasse al filo, per tenergli testa o semplicemente per il gusto di attenderlo, quello strattone improvviso, di accorgersene, nel segreto fluire dei propri pensieri. Quella era poesia, quasi l’unica Cina che mi sia piaciuta, insieme alla vita caleidoscopica nelle stradine fra gli hutong, sempre frazioni di immagini, mezzi bimbi, mezzi cani, mezze biciclette nell’istante di svoltare un angolo, quarti di sguardi dietro porte laccate di rosso, solo le gambe penzoloni di uomini addormentati dentro a una carriola. Pezzi di esistenza.
Passa di qua per un attimo anche il viso del collega, dietro la sigaretta dell’ennesima notte di guardia e me ne offre una. Arriva quel momento giusto in cui la fumiamo, cronometro comune della nostra pausa, il tempo di bruciare dodici centimetri. L’ospedale sembra un animale acquattato, dormiente, dove le cose e i luoghi del giorno, nell’immobilità della notte, non sono più gli stessi. Le cose e i luoghi, non più presi d’assalto dalla convulsione dei gesti e delle voci, sembra quasi di sentirli respirare, di sentirli raccontare di come possa essere lungo aspettare il mattino, di quanta verità ci sia nelle facce inconsapevoli dei bambini quando sono città sofferenti, del cuore in gola certe volte, che battito a battito scandisce il (poco) tempo che hai per fare qualcosa. Il silenzio delle ombre sceglie per noi le parole più leggere, più scherzose, quelle che un po’ ci distendano, e quelle più intime, raccolte, amichevoli che un giorno forse, durante una cena a casa di qualcuno, ricorderemo con nostalgia.
Nell’oscurità anche te strappo come un cerotto da quest’insonnia, con dolcezza, e ti ripongo con cura nel giorno dopo, calamita (calamità?) senza risposte, impronta indelebile e indecifrabile, altro capo del filo, migrazione di rondini, alta, in volo.

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11 risposte a Negli occhi dei gufi

  1. theflyt ha detto:

    Si ritorna a “volare” alto. Brava!!

  2. Gisella ha detto:

    Quello che mi piace tanto di quello che scrivi, ma anche di te come persona, è come mixi malinconia e umorismo. Sempre. Mai troppo nostalgico, mai troppo ironico. In fondo non è così anche la vita? (o almeno dovrebbe esserlo)

  3. graziaballe ha detto:

    Barbara quest elegia del momento in cui si giarda alla notte è talmente bella, (come siamo ormai abituati bene con te!), che mi viene solo da augurarti tutto il meglio per il giorno dopo, che quello che di più desiderato hai riposto sotto al cuscino si avveri.

  4. prishilla ha detto:

    ‘ ti ripongo con cura nel giorno dopo’ mi resta dentro. mi regala un nome per qualcosa che mi è sempre parso di conoscere, ma mancavano le parole. grazie, prish

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