Parole, parole, parole

blaOggi, passando davanti a una libreria sotto casa, sono stata fatalmente attratta dalla copertina di questo libro: “I quarantanove otogibanashi del Giappone del Nord”. Il titolo, mozzafiato, mi ha fatto subito pensare a un film di Alain Resnais che ho amato tantissimo ai tempi dell’università (“Parole, parole, parole”) in cui una giovane studentessa, Camille, è una nevrotica e complessata guida turistica che si sta laureando in Storia con una tesi il cui argomento non interessa a nessuno: “I cavalieri-contadini dell’Anno Mille sul lago di Paladru”, una frase che mi ritorna sempre in mente quando mi capita di sentir dissertare di qualche argomento ultraspecialistico, della cui utilità sociale mi verrebbe da interrogarmi, ma subito dopo anche da rimproverarmi, perchè la conoscenza ha bisogno di infiniti cammini differenti e di altrettanti individui entusiasti di percorrerli.
Ci sono di sicuro al mondo bambini che si stanno addormentando sulle parole di un antico mito otogibanashi che qualcuno ha trascritto e pazientemente raccolto in un’antologia, come ci sono ortopedici che vanno alla Giornata Internazionale del Piede Torto Congenito, antropologi che si sono iscritti al Seminario sulle Nuove Prospettive dello Sciamanesimo nelle Americhe e fisici che si radunano instancabilmente ad una tavola rotonda sui Segnali Sociali Non Verbali.
Si chiamano “passioni” e a me le passioni commuovono, perchè sono dei veri e propri innamoramenti, quadrifogli cercati nei prati con costanza, coraggio e metodicità e già solo per questo meritevoli di rispetto.
Perchè uno si dovrebbe dedicare all’origine dei quark-gluoni o al significato delle api dorate negli stemmi dell’araldica napoleonica, alla cultura degli Inuit alaskani, alla riproduzione delle drosophile o alle traiettorie di volo degli aerei che solcano i nostri cieli?
La parola “otogibanashi” si lascia leggere con incanto, apre mondi sconosciuti, dà quella leggera angoscia e consapevolezza che una vita non basterà per colmare l’incolmabile, che il Sapere ci sopravviverà, lasciandoci alla terra umida pieni di lacune.
Le parole ci colpiscono e fanno l’occhiolino da una vetrina sotto il portico, perchè l’infinità di saperi ci turba profondamente. E ci frustra anche.
Certe parole per alcuni sono suoni che messi in fila fanno le capriole, per altri invece si stipano una sull’altra così polverosamente che viene solo voglia di starnutirle via. E’ così che danzano le inclinazioni dell’intelletto umano tra le une e le altre.
Che cosa poi sperino i bloggers archiviando parole su parole forse è in parte celato anche a loro stessi.

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Looking for poetry in this and that.
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21 risposte a Parole, parole, parole

  1. io ho un otogibanashi nel cassetto e ogni tanto quando son triste lo tiro fuori e lo tengo in mano per un pò e poi mi sento meglio!

  2. kalissa2010 ha detto:

    Quando penso a persone così appassionate, mi rincuoro, perché so che il mondo non finirà in una polpetta. Penso che, anche in mezzo a tanta bruttezza, ci sarà sempre qualcuno che terrà accesa una bella fiamma, anche se in pochi sapranno vederla. Il mio desiderio più grande è quello di raccogliere tanti saperi nuovi e…ricordarli. Mi sembra sempre di non fare abbastanza. Le parole poi, le collezionerei tutte, per tirarle fuori dalla scatola al momento giusto, giocarci con qualcuno e poi, rimetterle via, tanto non si sciupano. “Sciupano”: pensa questa parola deve essere proprio desueta: la scrittura facilitata dello smartphone non l’ha riconosciuta. 😉
    Post bellissimo.
    Più “istintivo” forse, quindi ancora più bello.
    Buona giornata.
    Kali

  3. the pellons' ha detto:

    Io non so che siano gli otogibanashi, riba di orecchi!? Peró ho anche io stranezze tutte mie come sai e meno male. E il ptc invece è così comune che non vale! 🙂

  4. Adesso tutti esperti di otogibanashi, eh!
    Prima di farmi venire il complesso vi faccio qualche domanda per vedere se state bluffando…

  5. vabbè allora visto che qua si disserta di otogibanashi, iniziamoci a discutere anche del fatto che siano quarantanove. non quarantotto, non cinquanta, che sarebbe un bel numero tondo, no: proprio quarantanove. quindi, o il cinquantesimo ce l’ha jamesblog nel suo cassetto, o qua gli otogibanashi ci devono delle spiegazioni.

    (che cosa meravagliosa hai scritto)

  6. Carla Massimetti ha detto:

    Letto tutto d’un fiato, alle sei e cinquanta. Una ninnananna al contrario, mattutina, perché mi sono subito dopo riaddormentata sognando Piedi Torti Cavalieri che sciabolavano in lungo e in largo le campagne giapponesi, seminando drosophile così terrorizzate da crescere in dieci minuti, il tempo del raccolto. I Cavalieri lo consegnavano a me, Regina Quarkgluona, con una cerimonia sciamanica, tutta sorvolata da apine dorate.
    La sveglia ha suonato di nuovo alle sette. Un bel risveglio.

  7. Pim ha detto:

    Stat rosa pristina nomine nomina nuda tenemus, Tityre tu patulens sub tegmine fagi, Piede equino cavo varo addotto supinato…
    Da un’altra vita (una delle tante che ho inanellato) mi ritornano parole e suoni, come incantesimi, apritisesamo, abracadabra… meraviglie lessicali dette per stupire soprattutto noi stessi e le nostre notti au claire de lune – credo. Perché le parole sono fatte per giocarci, scrivevo ieri in francese a un’amica di Parigi (immagina il funambolismo!), e noi (blogger e quant’altro) siamo dei bambini nel tempo che si impiastricciano con l’inchiostro (para)simpatico di vocali e consonanti.

  8. germogliare ha detto:

    ora andrò a dormire pensando a 49 otogibanashi, e domattina mi gioco qualche numero al lotto.

  9. Pim ha detto:

    Tityre tu patulae recubans sub tegmine fagi… ovviamente 🙂
    Un bacione, B. :-

  10. graziaballe ha detto:

    E vabbeneeee….io me lo sono andata a cercare.
    Perchè un post sulle curiosità che possono muovere grandi passioni non può che sollevare la passione di capire le curiosità!
    otogibanashi =”fairy tale”.
    “Otogi” significa letteralmente “compagno”.
    Io penso che i tuoi post siano degli otogi-zōshi=”racconti compagno”
    🙂

  11. non so cosa speri tu e in effetti neanche cosa spero io scrivendo, forse le passioni più belle sono quelle che non hanno un senso vero e proprio, ma comunque nel mio girovagare trovo molte belle parole e alcune le ho viste proprio qui, per cui mi è venuta voglia di fermarmi.
    Auguri intanto. Poi torno. Magari a cercare il significato delle api dorate negli stemmi dell’araldica napoleonica, che quello di otogibanashi l’ho scoperto appena qui sopra 🙂
    Alexandra

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