Open mic : that’s all folks!

fotoClara era una bambina minuta, con le fossette, un trattino agile sul mondo. Aveva una vestina con le maniche corte, dalla fantasia punk, che sua madre le aveva comprato a San Francisco in Haight Ashbury, poi non se l’è mai messa, perchè non è mai nata.
Era il tempo del cristallo di rocca e del quarzo citrino come cura per gli spaventi, specialmente quelli poco al di sopra del diaframma, e la California così new-age si addiceva perfettamente, in particolare il lunedi sera al Red Rock Café di Mountain View, durante le serate musicali “open mic”, dove si imparava la differenza tra il lasciarsi andare su un palcoscenico e l’abbandonare ogni senso del pudore.
Al Red Rock regnava la dignità, non era una corrida e nemmeno un karaoke, era proprio un’altra cosa, un’occasione yoga per chi ascoltava, un’emozionante mongolfiera per chi si esibiva.
Ci trovavi i pendolanti di Sunnyvale e Palo Alto, pronti a spalancare le loro ugole di folksinger per una sera, per un applauso, per la libertà di farlo e direi, soprattutto, per gioco.
Io me ne stavo curiosa al tavolino, attraccata a una parte di America che mi divertiva, mi intonavo a lei con un libro di poesie di Ferlinghetti tra le mani e mi intonavo a Ferlinghetti con il mio bel “luna park nel cuore”.
Di giorno salivamo su un’auto epilettica che ci portava (o non ci portava a suo piacimento) lungo la Highway 1 fino a Pescadero Beach, il primo timido assaggio di Big Sur senza esserlo ancora, un luogo fatto di vento, oceano e una verità gridata di cestini di fragole organiche al 100%, ma soprattutto vento, quello che a picco sul mare ti fa perdere l’equilibrio e ridere di gusto dietro un gran disordine di capelli, intemperie simili solo a una vasca da bagno con dentro tre bambini che debbano essere lavati.
Giocavamo con un mazzo di carte truccate, ma non sapevamo di farlo, si sa che la vita non sussurra anteprime delle sue sceneggiature segrete.
Per non parlare di quando fingiamo di poterci ubriacare con le bottigliette mignon di liquore della vetrinetta e ogni mattina ci laviamo, ci vestiamo, ci mettiamo nel traffico, lavoriamo, rincasiamo.
E mai nessuno che dica “prego, accosti, si fermi” e domandi finalmente a se’ stesso i suoi veri documenti.

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Looking for poetry in this and that.
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8 risposte a Open mic : that’s all folks!

  1. graziaballe ha detto:

    Tu, B., devi aver vissuto già molte vite per essere così brava a descriverle.
    Oppure hai 65 anni e sei stata a Berkeley negli anni 70 e conosci pozioni segrete per non darlo a vedere…
    (ah! allora…quei “veri” documenti! 🙂 )

    • graziaballe ha detto:

      (il mio commento non teneva conto del fatto che fosse pratica contemporanea. Purtroppo essendo io stessa datata, avevo presente i racconti di coloro che, poco più anziani di me, avevano vissuto un certo tipo di california, che non era solo quella del surf. Come vedi sono io che devo tirare fuori gli anni dalle tasche!)

    • ba, i tuoi post sono splendidi. ma, non me ne volere, senza i commenti di grazia perderebbero quel quid in più, ecco.

    • Badev ha detto:

      Grazia, meno male che ci sei, almeno sembra che scriva il doppio di quel poco che già scrivo (nel senso che i tuoi interventi sono dei piccoli post, graditissimi peraltro).
      La California è durata alcune settimane per due volte, in due stagioni diverse, ma è vero che a raccontarla sembra una vita, forse perchè avrebbe potuto essere una delle vite possibili. E non mi sono soffermata tanto sulla libreria City Lights di SF che a me che amo la poesia della beat generation ha fatto sognare e riflettere molto, in particolare quella scala di legno che porta al piano di sopra. E comunque sì, mi aveva affascinato più dei surfisti di Malibù e Santa Monica, o magari sono solo “recettori” diversi che si attivano…diciamo così.
      Abbracci. Anche a te Ammen che fai capolino tra le chiacchiere di Grazietta nostra.

  2. edp ha detto:

    Bella che sei, bellissima.

  3. Paolo ha detto:

    Vorrei domandarti anch’io quante vite hai vissuto, Ba, perché i tuoi occhi e la penna che conservi in qualche tasca sembrano aver percorso strade lontane, nel tempo e nello spazio, ignote ai più. La tua scrittura ampia e distesa è fortemente evocativa, provoca stupore perché lascia intravedere profondità non comuni. Resta nel cuore del lettore il desiderio di altre storie, altre parole, ancora e ancora…
    Un abbraccio.
    P.

    • Badev ha detto:

      Temo che dovrai attendere l’anno nuovo. O posso raccontartene degli stralci a voce, senza punteggiatura. Grazie per le tue parol(on)e!

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