La Lega Anseatica e la viaggiatrice perfetta 

_DSC7454Sul treno Bergen-Oslo certamente si può scrivere un post, perché ci vorranno almeno sette ore per arrivare, solo il finestrino mi distrae di continuo con le sue sfilate di boschi e torrenti, fiordi alti e bassi e casette di legno colorate che sembrano grossi barattoli di felicità. E quest’acqua soprattutto, in sequenze senza fine, in larghi specchi circolari, calmi e neri che mi scivolano dentro e assumono già, senza farsi sentire, la forma di ricordi.

Il mio viaggio scandinavo è iniziato da Bergen e dai fiordi nei suoi dintorni.  Bergen è una città molto carina se non piove di traverso, come il giorno che mi ha accolta. È chiamata la città delle sette montagne poiché ne è circondata, conta circa 400.000 abitanti e faceva parte anche lei della “Lega Anseatica”, una cosa che sarebbe bene vi andaste a ripassare sul libro di storia prima di partire, se progettate un viaggio da queste parti, poiché la vedrete refluire ad ogni angolo, più o meno come i relitti navali vichinghi e il salmone a colazione accanto all’anguilla.

Ma siete pigri. Dunque, brevissimamente, la Lega Anseatica era un’alleanza di città (“hanse” in tedesco antico = raggruppamento) che dal tardo medioevo fino all’inizio dell’era moderna mantenne il monopolio dei commerci su gran parte dell’Europa Settentrionale e sul Mar Baltico, una sorta di rete di mutua assistenza a fini commerciali.  Alla città di Bergen ci tenevano molto, quelli della Lega, perché andava fortissimo sul baccalà e non solo, insomma i traffici erano “fiorenti e redditizi” . Ancora oggi c’è un meraviglioso mercato del pesce, molto tipico, rumoroso e variopinto, sicuramente una specie di film dell’orrore per vegani, ma in generale mi pare che qui tradizionalmente non disdegnino né la pesca, né la caccia.

In quattro giorni di viaggio ho già usato tutti i mezzi di trasporto di cielo, di mare e di terra e sono fortunata perché non patisco niente, non devo sedermi per forza davanti nei pullman o mangiare mele verdi sulle barche o respirare dentro un sacchetto di carta al momento del decollo. Sono anzi una viaggiatrice modello, non rompo le scatole a nessuno, parlo solo se piace anche all’altro, altrimenti traffico con le mie cosette: taccuini, penne, macchina fotografica, libro, cellulare, bottiglietta d’acqua, occhiali da vista, occhiali da sole, biglietti che prima o poi qualcuno verrà a vidimare, ricordandomi un’identità che a volte, nel sogno del viaggiare, sfuma un po’ all’orizzonte, persasi in altre vite in cui prova ad immaginarsi mentre è in luoghi diversi dal proprio.

Ora non starò a raccontarvi della bellezza di questi posti, della magia della natura, nemmeno della magia di leggere 11 gradi centigradi su un termometro, contro i 40 che c’erano per esempio in Italia, vorrei raccontarvi invece come alla viaggiatrice perfetta a volte capiti che perda di colpo i poteri e si metta a combinarne una dietro l’altra.

Un momento di grande tensione è stato quello della “tragedia delle scarpe da trekking”.  Le suddette scarpe furono un regalo di fidanzamento, perché lui era uno svedese piuttosto pragmatico e giuro che stravedeva per me, ma trovava anche che un “anello” fosse un dono eccessivamente lezioso, così finiva sempre per orientarsi su articoli più avventurosi.

Forse quelle scarpe avevano in se’ una data di scadenza, un best before di un giorno e un’ora che non erano però quelli in cui sono state messe in valigia, ma ovviamente quelli del giorno prima della partenza per un’escursione sui fiordi norvegesi, una domenica sera, in una cittadina dove dopo le ore 18 si vendono solo trolls o al limite, con premuroso anticipo, oggetti natalizi.

Dunque succedeva che dopo mezz’ora che le avevo ai piedi (e dopo quasi dieci anni che non le mettevo, le mie preziose scarpe da trekking) mi dava l’impressione di sentirmi un po’ troppo molleggiata su di esse, una sensazione strana di instabilità, come una tettonica delle calzature, come se mi pestassi di continuo l’orlo dei pantaloni che invece, controlla e ricontrolla, non toccava nemmeno terra. In più, e questa non era affatto solo una sensazione, rilasciavo come Pollicino delle bricioline beige dietro di me, a ogni passo.  Poco oltre il Fish Market la drammatica scoperta: le tomaie, entrambe, erano quasi completamente scollate e il tessuto connettivo deputato a tenere unito il tutto stava rassegnando le dimissioni, disgregandosi in moltitudini di atomi di spugna.

È incredibile come si possa vivere inconsapevolmente felici prima di accorgersi di una cosa del genere e quanta vergogna possa travolgerci tutta insieme, credendo fermamente che tutto il mondo non abbia occhi che per guardare le nostre scarpe, un insignificante numero 36 nella vastità perduta dell’universo, eppure io così mi sentivo, osservata e soprattutto biasimata.  Dopodiché, la soluzione era lì, a un passo da me (e giusto un passo mi sarei potuta permettere prima che le infíde mi mollassero del tutto): la ragazza bionda alla cassa del negozio di Natale con un grande rotolo di scoch accanto a se’. Pareva annoiarsi terribilmente, il che legittimava ancora di più il mio intento.

“Excuse me…”

“Yes..?”

” I NEED your help”- le rivelo con un soffiato teatrale, assertivo e complice allo stesso tempo, e le mostro il danno ormai quasi irreversibile.

“OH MY GOD!!” – barrisce spropositatamente.

“Che ti gridi, vichinga, guarda che non si addice per niente alla tua eterea bellezza e nemmeno alla circospezione con cui mi sto muovendo da più di un’ora…” La devo placare mentre, starnazzante, si fa strada nella sua sconcertata curiosità. Nel frattempo vendiamo un piccolo abete di Natale e un alce che fa “ciao” con la zampa, ad una coppia di giapponesi. Per un attimo, fra tutti, mi sento la meno surreale.

“Senti – le dico – avrei soltanto bisogno di un po’ del tuo scoch per riuscire almeno a tornare in albergo”. E poi domani pazienza, andrò sui fiordi con le All Star.

“Ah, come dici, nessuno va sui fiordi con le All Star?! …ci sono pionieri per ogni cosa, a me è toccata questa”.

Mentre eseguo la riparazione lei mi guarda attentamente con i suoi occhioni nordici da santa e mi chiede che lavoro faccio.

“Medical Doctor”

“Si vede”, dice lei.

E vabbè, lo prendo come un complimento, e quindi finita la “fasciatura”, la ringrazio molto ed esco. Dopo neanche cento metri siamo al punto di partenza, con l’aggravante che i lacci di scotch sbatacchiano vistosamente sul marciapiede.

Deciso, si prende un taxi anche se l’albergo non è molto lontano, ma non ne posso più.  Il tassista mi informa subito di essere stato molto sfortunato ad aver caricato me, che vado così vicino, dopo aver aspettato il suo turno per un’ora e mezza, creandomi un senso di colpa grande come l’Hardangerfjord che non avevo ancora visto, ma sapevo che era qualcosa di maestoso.

Gli spiego che le mie scarpe sono rotte, ma contrariamente alla maggior parte delle persone qui, sembra capire poco l’inglese. Tuttavia, improvvisamente si acquieta, entra in una modalità di grande empatia e chiacchierando stentatamente di qualsiasi cosa mi accompagna all’Augustin Hotel.

Mentre sto per scendere mi viene da scusarmi con lui per la brevità del tragitto e per giustificarmi gli mostro la deriva ormai inesorabile delle mie scarpe che nel frattempo avevano deposto molliche di spugna su tutto il tappetino davanti al mio sedile.  Sdegnatissimo si riporta nell’umore precedente, quello con lo sguardo scintillante da lanciatore di coltelli, scuote il capo visibilmente infastidito e infine, bello come Morten Harket, ma stronzo come Erode, mi fredda così: “Avevo capito che il problema fossero le gambe, non le scarpe”.

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Questa disavventura ha preceduto di poche ore quella in cui sono sbarcata sul fiordo sbagliato, scoprendo totalmente per caso, come succede spesso ai viaggiatori perfetti, un posto incantevole chiamato Lofthus, che probabilmente non avrei mai visitato se  io fossi una persona più seria e concentrata.  Infatti oltre ad essere un vero e proprio giardino, a Lofthus, nell’attesa dell’unico bus di ritorno a Eidfjord previsto in serata, ho conosciuto la pace dei silenzi norvegesi , rotti solo dalle conversazioni quasi umane dei gabbiani, ed il profumo di rose enormi, come non ne avevo mai viste. Proprio vero: “all clouds have a silver lining”. Non tutti i mali…eccetera eccetera.

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Informazioni su Badev

Looking for poetry in this and that.
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35 risposte a La Lega Anseatica e la viaggiatrice perfetta 

  1. Spersa ha detto:

    Anche se ho notevole passione per i regali piccoli, inutili e costosi, quali gli anelli di fidanzamento, trovo che un paio di scarpe da trekking sia un regalo meraviglioso, simbolico di cammino i sieme e scoperta. Ti invidio molto molto la vacanza, cara!

  2. Spersa ha detto:

    P. S. E so cosa sia la lega anseatica, le città tedesche che ne fanno parte hanno la targa di due lettere di cui la prima H, che sta per Hansastadt. 🙂

  3. Pendolante ha detto:

    Farei a cambio subito. Scarpe rotte comprese (cosa che per altro mi è successa e non è niente bello). Da sempre sogno i fiordi norvegesi e il treno in quei paesaggi… e 11 gradi

    • Badev ha detto:

      Cara Pendolante, scegliere di prendere il treno per andare da Bergen a Oslo è stata un’ottima cosa. Passa attraverso una varietà di paesaggi uno più suggestivo dell’altro, dai “nowegian woods” più vicini a Oslo alle rocce innevate di Ulvik, ai fiordi sull’acqua della zona di Voss. Un incanto. A un certo punto i gradi fuori erano 7, le persone in gita sulle biciclette salutavano con la mano noi sul treno con grande naturalezza. Baci!

    • Pendolante ha detto:

      Che meraviglia!

  4. graziaballe ha detto:

    Sei brava barbara e questa new line sfigoumoristica mi piace assai!
    Considera che l ho letto mentre ero in coda al caf x l isee a 36 gradi interni…non c era “gniente da ride” e il tuo post é stato salvifico! 😁

  5. kalissa2010 ha detto:

    È successo anche me. Le carognissime calzature, se non utilizzate per diversi anni, appena a contatto col suolo umido, di pioggia o neve, si trasformano in “scie briciolose”. La suola si disintegra sempre lontano da casa, a negozi chiusi. Parigi sotto la Tour, Firenze ponte Vecchio, Cervinia…Sono la regina scalza dei Pollicini, ma Te…sei imbattibile, anche in fatto di distanze! Anche queste cose fanno il viaggio e forse, era tempo di archiviare scarpe e ricordi. Buona Norvegia: ti auguro il fiore a mezzanotte. Kali

    • Badev ha detto:

      Ah ecco, io non le sapevo codeste verità delle scarpe. C’è un solo insegnamento da tutto ciò: devo fare più trekking!

  6. kalissa2010 ha detto:

    il “sole a mezzanotte”. Ma anche un fiore a qualsiasi ora.

  7. Spersa ha detto:

    Scarpe rotte eppur bisogna andar. Mi porti un troll?

  8. edp ha detto:

    Ahahah anche Ale è a oslo e per un pelo non c’ero anche io. Invece son qui con i 40.

  9. Francesco ha detto:

    Ahahahaha… poveretta, devo dire però che la riparazione è perfetta.

  10. riruinglasgow ha detto:

    cosa combini Badev! E’ da un po’ che ti volevo fare gli auguri di compleanno, facciamo che questi sono in anticipo incredibile sul futuro. E poi, spero tu stia bene, mi e’ piaciuta tanto la storia del tuo viaggio, il mercato del pesce orrore vegano e le fasciature accurate che ti fanno riconoscere come dottore. Se il 27 Agosto sei a Torino ci vediamo? Va bene anche un abbraccio nel tunnel della metropolitana. Ho qualcuno da farti conoscere 😉

  11. uh. anch’io ho regalato scarponcini da trekking e bastoni da camminata anziché anelli. significa che c’è del troll in me e non lo so?

  12. avvocatolo ha detto:

    Certo per leggere il tuo post uno si dovrebbe trovare sul treno Cartagine/NewYork…ammesso che esista (Cartagine. E il treno…)…comunque volevo dire che perdersi nei fiordi Norvegesi è poesia.

  13. Alessandro ha detto:

    Quest’anno tanti amici del web sono andati in Norvegia, ma c’era un raduno? Ci sto pensando per l’anno prossimo e questo racconto rafforza la mia idea. Dovrò ricomprare anche io le scarpe da trekking (o forse farmele regalare?!), come te ho seppellito le mie l’anno scorso, in Islanda.
    Posso immaginare cosa significhi perdersi in un fiordo…

  14. Eleonora ha detto:

    E’ un’idea tutta moderna che ogni impresa esiga la sua scarpa. Le mie nonne salivano i monti della Carnia con gli scarpéts di pezza fatti in casa, e io ho fatto i sentieri delle Cinque Terre con le infradito (ammetto che non sono l’ideale). Tu però … perché conservi, per tanti anni e con tanta cura, il ricordo di un ex? Sei un tesoro anche per questo. Eleonora

    • Badev ha detto:

      Se è per questo ho buttato da poco delle bollette Telecom di più di dieci anni fa… Comunque io andrei in giro scalza ovunque il suolo lo consentisse, purtroppo non tollero il freddo e ho i piedi delicati. Grazie per il tuo commento che di per sè è già un viaggio!

  15. Pim ha detto:

    Questo tuo gustosissimo racconto me lo sono letto e riletto per mezza estate con gran piacere. Un piacere non sadico – naturalmente – ma venato di profonda comprensione, perché una storia così capitò anche a me.
    La faccio breve: Santa Caterina del Sinai, ore 2 di notte, pronto per salire sul Gebel Musa (il Monte di Mosé), apro la valigia, estraggo gli scarponcini da trekking… dai quali le suole mi fanno una linguaccia alla Rolling Stone. Il lungo viaggio di trasferimento compiuto da Il Cairo, a temperature sopra i 40 °C, aveva letteralmente sciolto il collante che teneva unita la suola al corpo dello scarponcino. Morale della favola: non ebbi il coraggio di inerpicarmi con i sandali come Mosè e dunque me ne tornai a dormire – non so più se deluso o furibondo.
    Tu sei stata più fortunata, Ba, avendo sperimentato appieno il concetto di serendipity…

    Un abbraccio.
    P.

  16. Theflyt ha detto:

    Ma…..durerà ancora a lungo questo Tuo lungo silenzio? Inizio ad avere crisi da astinenza….letteraria. 🙂 Un abbraccio. P.

    • Badev ha detto:

      Guarda, ho iniziato proprio ieri a scrivere il prossimo, ma mi sono addormentata alla decima riga… So che puoi resistere, P.!

  17. Virginia R. ha detto:

    Non avrei dovuto leggere mentre ero al lavoro: ora i colleghi sono certi io sia schizofrenica… solo perché una ridacchia fra sé e sé per un quarto d’ora.

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