Luglio, il 14, e le fiabe italiane

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Luglio fa delle righe di persiana sul tavolo della mia cucina. Poggiata tra due righe una scatoletta di mandorle salate rivela sul retro la sua impressionante portata calorica: 260Kcal per 40 grammi.

Questa è l’estate. E questi quattordici giorni di luglio quante calorie fanno? Quante punture di zanzare, quante bottigliette d’acqua, quanta voglia al mattino di essere trasportati su e giù in un ombroso baby-pullman, al fondo di braccia tese di madri e padri, anzichè prendere l’autobus?

Diventati grandi, ci assumiamo le responsabilità, ci assumiamo l’afa.

Nessuno che ci ripari gli occhi, ci abbassi la capotte della carrozzina, sventolandoci sul viso un po’ di finto settembre, ora che tocca a noi, la più grande tentazione è arrendersi al disagio e al lamento. Ma andarsela a cercare un po’ di frescura, agitando bene le ali, no?

Io durante il tragitto, nel mio posto nell’alto forno, rileggo le Fiabe Italiane di Calvino, sgualcitissime, vissute, le ho sgualcite io con le manine di seconda elementare. La prima pagina dice che era il 1980 ed era solo l’inizio di sgualcire fiabe, o di viverle.

“Non do pere alla Strega Bistrega, se no mi prende e nel sacco mi lega”

E questo è sempre stato chiaro e così ci teniamo le pere belle strette. Ma non è da prendere così alla lettera, che poi a volte ciò che sembra una Strega o addirittura una Bistrega, non lo è. Anzi, ci vuole solo un po’ di coraggio.

E invece, vedi, nemmeno quest’anno abbiamo preso la Bastiglia.

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Tulipani d’acqua e aria

fotoDieci tulipani. Due occhi smeraldini mi danno qualche moneta di resto dicendo “questi durano, sa”.
No, non lo so che cosa sia che “dura”, fin da che ora il giorno contenga la notte, quanto siano ampie le orbite in cui ci abbandoniamo con fiducia, dove portino, fino a quando. E che noia sarebbe, forse, sapere.
Quelli rosa chiaro della scorsa settimana sono rimasti sulla finestra dritti come soldati, ma guai a sfiorarli o in un niente ti saresti riempito le dita di polline e la gonna di petali. Non duravano più, resistevano.
Mio nonno aveva un diamantino ammaestrato, ogni giorno all’ora del caffè lo liberava in cucina, gli offriva una gabbia più spaziosa, ma non certo il cielo: erano una libertà fragile e una bontà fragile a volare nella stanza. Doveva essere quella la “routine”, quella parola francese, il non osare oltre il rituale di pareti certe.
Invece, per fortuna, a noi no, a noi aveva trasmesso una gran voglia di mare, che era come darci le chiavi della gabbia, perchè tuffarsi è un volo, ce lo insegnò lui, per nulla marinaio, ma capace di contemplarlo per ore il mare, come in un lungo sogno di capitano.
Durare è partire senza pensare che il volo atterri necessariamente verticale.
E’ abbassare lo schienale e fidarsi delle nuvole, sapendo di amarle.

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Lato B

foto-3Torino che non sembra inverno. Il giallo della Caserma Cernaia occhieggia a tratti regolari fra le colonne dei portici, nessuno in giro, un frinire di bicicletta, un clochard nel suo grumo di coperte, senza un abat-jour da spegnere prima di dormire, ma con un libro di Agatha Christie tra le mani.
Viene ad aprirmi una bambina che non conosco, vede che ho portato dello spumante, dice ne avevamo già tre bottiglie e a scuola va tutto bene, in sintesi.
E’ una domenica sera quasi vintage, spuntano fuori due chitarre e poi, come diceva Fabrizio, “se la gente lo sa (e la gente lo sa) che sai suonare, suonare ti tocca per tutta la vita” e a qualcuno tocca sempre lasciarsi ascoltare, ma stavolta non ero io.
Cantiamo in circolo esattamente quelle canzoni che verrebbero in mente a te che stai leggendo, la classica “playlist” delle Marinelle, i Geordie, i suoni del silenzio, i magari fossi qui, le colpe di Alfredo, le avvelenate, i lascia che sia, ma anche un’inconsueta poeticissima Signora Aquilone, con la sua occupazione idiota, la libertà, in fondo a quel filo.
Siamo sui trenta, sui quaranta, è bello guardarci, già morsi più volte dai pesci durante le nostre nuotate, sempre più tra i sobbalzi delle onde, ma comunque in mare, a tratti stonati, a tratti intonati, alla vita.
C’è persino un canestro montato sulla parete in salotto, dev’essere l’amorevole evoluzione dei disegni appesi sui frigoriferi delle cucine, penso, e mi sembrate genitori allegri e la vostra casa una nave ben timonata.
Le ore scorrono veloci, due annunciano ridendo il loro matrimonio, lui sonnecchia nella poltrona-sacco cullato dalle nostre voci, lei ha fatto uno strudel buonissimo in una teglia troppo piccola.
Con la coda dell’occhio mi accorgo che le librerie dei nostri soggiorni contengono gli stessi titoli, arrivati in momenti diversi dentro lo stesso tempo, abbiamo sognato in quelle pagine cose simili e sottolineato probabilmente le stesse righe quando ci siamo sentiti toccati, letti nel pensiero.
A un certo punto Claudio dice: certo che da quando nei dischi non c’è più il “Lato B” si è perso il piacere di andare a scoprire i brani “meditativi”, quelli più esistenziali, meno “facili” di quelli orecchiabili e di successo che venivano messi sul Lato A, insomma quelli che poi magari ti piacevano anche di più, ma solo dopo un po’ di ascolti.
E qualcuno ha obiettato che il lato B c’era solo nei 45 giri, non nei 33, e si è insinuato un dubbio generale, perchè non ci ricordavamo più, in un’amnesia quasi collettiva indotta dalla disabitudine e dal tempo che impolvera la mente, se davvero il 33 giri avesse le tracce musicali incise da ambo i lati…
E sì, le aveva.
Per un attimo la puntina del giradischi ha grattato sulla polvere della memoria, tutti abbiamo sentito quel fruscio, quel verso fine e concreto di vinile nelle nostre teste.
Ma allora metà della musica, quel lato B che forse c’era e forse non c’era, è di nuovo tutta da ascoltare.

Questo post è dedicato a Davide Greco, per la musica, la speranza e la vita che contiene.

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Analisi del 2014

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2014 per questo blog.

Ecco un estratto:

La sala concerti del teatro dell’opera di Sydney contiene 2.700 spettatori. Questo blog è stato visitato circa 11.000 volte in 2014. Se fosse un concerto al teatro dell’opera di Sydney, servirebbero circa 4 spettacoli con tutto esaurito per permettere a così tante persone di vederlo.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

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Dodici ore

angeloazzuroIl mio Natale è questa notte di guardia che è giunta al termine più vera di tante altre.
E’ il mio collega che dall’altro ambulatorio mi chiede, per favore, B, questo bambino, lo visiti anche tu?
E lo so che tu difficilmente sbagli, che toccandogli la pancia troverò anch’io ciò che non vorrei trovare e sto quasi per dirti che si vede già a occhio nudo, lì, a sinistra, figuriamoci sotto le dita.
Incrociamo uno sguardo di madre così devastato dalla preoccupazione (come invocasse cautela dalle parole che stanno per essere dette), che ci toglie quell’impeto di pronunciarci a tutti i costi, anzi, ci fa rimanere silenziosi, ci fa diventare per un momento anche noi madre e padre di uno sui dieci anni, un po’ svogliato a scuola, ma simpatico da morire, con il labbro leporino che gli distorce un po’ i sorrisi, che peraltro non risparmia a nessuno.
Mentre gli fai l’ecografia i suoi occhi a mandorla ci rivelano un lungo viaggio tra due culture, verso un presente di serenità purtroppo fragile: le fiammelle del color-doppler nell’immagine si muovono in una danza che avremmo preferito non vedere.
Ci guardiamo tutti insieme e uno per uno. Mi scopro annuire a domande che non sono state poste, se non con un breve cenno degli occhi.
E adesso non vi lasciamo soli, non ora che è indispensabile diventare spalla, orecchio, mano tesa: il pensiero è per voi genitori appena sbarcati su un continente ignoto, dove si parla una lingua diversa, si conta in millilitri, si misurano i giorni in buoni e ostili, in ore fuori e dentro l’ospedale, chissà per quanto tempo. Il mio vero Natale d’amore siamo tutti noi qui che ti guardiamo, ben oltre il termine del nostro turno di guardia, da dietro i vetri della Radiologia, mentre ti sdrai nella TAC e dici “mamma, ma è una macchina fotografica enorme questa roba qui! Davvero ci posso entrare?”.

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Open mic : that’s all folks!

fotoClara era una bambina minuta, con le fossette, un trattino agile sul mondo. Aveva una vestina con le maniche corte, dalla fantasia punk, che sua madre le aveva comprato a San Francisco in Haight Ashbury, poi non se l’è mai messa, perchè non è mai nata.
Era il tempo del cristallo di rocca e del quarzo citrino come cura per gli spaventi, specialmente quelli poco al di sopra del diaframma, e la California così new-age si addiceva perfettamente, in particolare il lunedi sera al Red Rock Café di Mountain View, durante le serate musicali “open mic”, dove si imparava la differenza tra il lasciarsi andare su un palcoscenico e l’abbandonare ogni senso del pudore.
Al Red Rock regnava la dignità, non era una corrida e nemmeno un karaoke, era proprio un’altra cosa, un’occasione yoga per chi ascoltava, un’emozionante mongolfiera per chi si esibiva.
Ci trovavi i pendolanti di Sunnyvale e Palo Alto, pronti a spalancare le loro ugole di folksinger per una sera, per un applauso, per la libertà di farlo e direi, soprattutto, per gioco.
Io me ne stavo curiosa al tavolino, attraccata a una parte di America che mi divertiva, mi intonavo a lei con un libro di poesie di Ferlinghetti tra le mani e mi intonavo a Ferlinghetti con il mio bel “luna park nel cuore”.
Di giorno salivamo su un’auto epilettica che ci portava (o non ci portava a suo piacimento) lungo la Highway 1 fino a Pescadero Beach, il primo timido assaggio di Big Sur senza esserlo ancora, un luogo fatto di vento, oceano e una verità gridata di cestini di fragole organiche al 100%, ma soprattutto vento, quello che a picco sul mare ti fa perdere l’equilibrio e ridere di gusto dietro un gran disordine di capelli, intemperie simili solo a una vasca da bagno con dentro tre bambini che debbano essere lavati.
Giocavamo con un mazzo di carte truccate, ma non sapevamo di farlo, si sa che la vita non sussurra anteprime delle sue sceneggiature segrete.
Per non parlare di quando fingiamo di poterci ubriacare con le bottigliette mignon di liquore della vetrinetta e ogni mattina ci laviamo, ci vestiamo, ci mettiamo nel traffico, lavoriamo, rincasiamo.
E mai nessuno che dica “prego, accosti, si fermi” e domandi finalmente a se’ stesso i suoi veri documenti.

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Parole, parole, parole

blaOggi, passando davanti a una libreria sotto casa, sono stata fatalmente attratta dalla copertina di questo libro: “I quarantanove otogibanashi del Giappone del Nord”. Il titolo, mozzafiato, mi ha fatto subito pensare a un film di Alain Resnais che ho amato tantissimo ai tempi dell’università (“Parole, parole, parole”) in cui una giovane studentessa, Camille, è una nevrotica e complessata guida turistica che si sta laureando in Storia con una tesi il cui argomento non interessa a nessuno: “I cavalieri-contadini dell’Anno Mille sul lago di Paladru”, una frase che mi ritorna sempre in mente quando mi capita di sentir dissertare di qualche argomento ultraspecialistico, della cui utilità sociale mi verrebbe da interrogarmi, ma subito dopo anche da rimproverarmi, perchè la conoscenza ha bisogno di infiniti cammini differenti e di altrettanti individui entusiasti di percorrerli.
Ci sono di sicuro al mondo bambini che si stanno addormentando sulle parole di un antico mito otogibanashi che qualcuno ha trascritto e pazientemente raccolto in un’antologia, come ci sono ortopedici che vanno alla Giornata Internazionale del Piede Torto Congenito, antropologi che si sono iscritti al Seminario sulle Nuove Prospettive dello Sciamanesimo nelle Americhe e fisici che si radunano instancabilmente ad una tavola rotonda sui Segnali Sociali Non Verbali.
Si chiamano “passioni” e a me le passioni commuovono, perchè sono dei veri e propri innamoramenti, quadrifogli cercati nei prati con costanza, coraggio e metodicità e già solo per questo meritevoli di rispetto.
Perchè uno si dovrebbe dedicare all’origine dei quark-gluoni o al significato delle api dorate negli stemmi dell’araldica napoleonica, alla cultura degli Inuit alaskani, alla riproduzione delle drosophile o alle traiettorie di volo degli aerei che solcano i nostri cieli?
La parola “otogibanashi” si lascia leggere con incanto, apre mondi sconosciuti, dà quella leggera angoscia e consapevolezza che una vita non basterà per colmare l’incolmabile, che il Sapere ci sopravviverà, lasciandoci alla terra umida pieni di lacune.
Le parole ci colpiscono e fanno l’occhiolino da una vetrina sotto il portico, perchè l’infinità di saperi ci turba profondamente. E ci frustra anche.
Certe parole per alcuni sono suoni che messi in fila fanno le capriole, per altri invece si stipano una sull’altra così polverosamente che viene solo voglia di starnutirle via. E’ così che danzano le inclinazioni dell’intelletto umano tra le une e le altre.
Che cosa poi sperino i bloggers archiviando parole su parole forse è in parte celato anche a loro stessi.

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