La mia cugina acquisita olandese e il boerenkool

IMG_0448 Mio cugino è nato e cresciuto a Roma ma, siccome a Roma non c’erano abbastanza facoltà per studiare all’Università, a diciannove anni se ne andò a Firenze.
Quando poi fu il momento di innamorarsi perdutamente, anche le ragazze italiane non gli bastarono e infatti scelse un’olandese con cui se ne andò all’estero, in Olanda per l’appunto.
Nat è dunque la mia cugina acquisita. E’ una persona che ha molti talenti e tra questi, al contrario di me, quello di cucinare magnificamente.
L’ultima volta che sono stata da loro, nella città lassù-lassù, ha tentato di insegnarmi a preparare un piatto locale molto tipico che si chiama “boerenkool”, una specie di amalgama di patate e cavolo che deve cuocere “senza fretta” (mancano dati scientifici sul tempo effettivo necessario alla cottura) e che al momento giusto va rimescolato più volte con un attrezzo di cui l’Olanda sembra non poter fare a meno, infatti non c’è casa che non ne possieda uno, e cioè questo (non chiamatelo schiacciapatate, perchè suona loro riduttivo) che mostro in figura:
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Dato che oggi, pur essendo appena entrati nell’autunno, la temperatura ricordava quella dei Paesi Bassi, mi era venuta voglia di preparare il boerenkool, ma il problema qui ogni volta è lo stesso, trovare quel tipo di cavolo a foglie spesse che usano loro.

E’ andata più o meno così, via chat…

B. (entusiasta): “Nat, mi rimanderesti per piacere la ricetta del boerenkool?! Grazie mille! Io però lo farei con gli spinaci perchè quella vostra verdura con le foglie belle spesse qui non la trovo proprio…”

N. (come chi avesse udito nominare ingredienti deplorevoli): “Ma boerenkool senza boerenkool non è boerenkoolstampot! Con spinaci è imposibile perché non puó cucinare TANTO… invece boerenkool deve cucinare per un tempo ABBASTANZA LUNGO insieme con patate. Ecco, se cucinare spinaci con patate… penso tu fai una suppa…”

B.: 😦  (sconfitta)

N. (rilancio propositivo): “…però se vuoi una ricetta con spinaci…ho un ricetta di Marocco… buonissimo!”

B.: “Mi arrendo, Nat. Va bene, forse voglio la ricetta marocchina.”

N. (con quella perentorietà tipica nordica cui è difficilissimo controbattere): “Perchè boerenkoolstampot senza boerenkool…IMPOSSIBILE!”

B.: “Ok, cara, ho capito, andrò a cercare la cosa più simile al vostro cavolo. E la troverò.”
Magari domani. Che il boerenkool non si improvvisa, diobono.

P.S: Questo post è dedicato all’adorabile Nat e a tutte le persone straniere che hanno intersecato e intersecano la mia vita e che grazie alle loro differenze culturali mi insegnano a sentirmi più libera e serena su questo frammento di Geografia su cui tutti camminiamo e sgomitiamo.

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La Lega Anseatica e la viaggiatrice perfetta 

_DSC7454Sul treno Bergen-Oslo certamente si può scrivere un post, perché ci vorranno almeno sette ore per arrivare, solo il finestrino mi distrae di continuo con le sue sfilate di boschi e torrenti, fiordi alti e bassi e casette di legno colorate che sembrano grossi barattoli di felicità. E quest’acqua soprattutto, in sequenze senza fine, in larghi specchi circolari, calmi e neri che mi scivolano dentro e assumono già, senza farsi sentire, la forma di ricordi.

Il mio viaggio scandinavo è iniziato da Bergen e dai fiordi nei suoi dintorni.  Bergen è una città molto carina se non piove di traverso, come il giorno che mi ha accolta. È chiamata la città delle sette montagne poiché ne è circondata, conta circa 400.000 abitanti e faceva parte anche lei della “Lega Anseatica”, una cosa che sarebbe bene vi andaste a ripassare sul libro di storia prima di partire, se progettate un viaggio da queste parti, poiché la vedrete refluire ad ogni angolo, più o meno come i relitti navali vichinghi e il salmone a colazione accanto all’anguilla.

Ma siete pigri. Dunque, brevissimamente, la Lega Anseatica era un’alleanza di città (“hanse” in tedesco antico = raggruppamento) che dal tardo medioevo fino all’inizio dell’era moderna mantenne il monopolio dei commerci su gran parte dell’Europa Settentrionale e sul Mar Baltico, una sorta di rete di mutua assistenza a fini commerciali.  Alla città di Bergen ci tenevano molto, quelli della Lega, perché andava fortissimo sul baccalà e non solo, insomma i traffici erano “fiorenti e redditizi” . Ancora oggi c’è un meraviglioso mercato del pesce, molto tipico, rumoroso e variopinto, sicuramente una specie di film dell’orrore per vegani, ma in generale mi pare che qui tradizionalmente non disdegnino né la pesca, né la caccia.

In quattro giorni di viaggio ho già usato tutti i mezzi di trasporto di cielo, di mare e di terra e sono fortunata perché non patisco niente, non devo sedermi per forza davanti nei pullman o mangiare mele verdi sulle barche o respirare dentro un sacchetto di carta al momento del decollo. Sono anzi una viaggiatrice modello, non rompo le scatole a nessuno, parlo solo se piace anche all’altro, altrimenti traffico con le mie cosette: taccuini, penne, macchina fotografica, libro, cellulare, bottiglietta d’acqua, occhiali da vista, occhiali da sole, biglietti che prima o poi qualcuno verrà a vidimare, ricordandomi un’identità che a volte, nel sogno del viaggiare, sfuma un po’ all’orizzonte, persasi in altre vite in cui prova ad immaginarsi mentre è in luoghi diversi dal proprio.

Ora non starò a raccontarvi della bellezza di questi posti, della magia della natura, nemmeno della magia di leggere 11 gradi centigradi su un termometro, contro i 40 che c’erano per esempio in Italia, vorrei raccontarvi invece come alla viaggiatrice perfetta a volte capiti che perda di colpo i poteri e si metta a combinarne una dietro l’altra.

Un momento di grande tensione è stato quello della “tragedia delle scarpe da trekking”.  Le suddette scarpe furono un regalo di fidanzamento, perché lui era uno svedese piuttosto pragmatico e giuro che stravedeva per me, ma trovava anche che un “anello” fosse un dono eccessivamente lezioso, così finiva sempre per orientarsi su articoli più avventurosi.

Forse quelle scarpe avevano in se’ una data di scadenza, un best before di un giorno e un’ora che non erano però quelli in cui sono state messe in valigia, ma ovviamente quelli del giorno prima della partenza per un’escursione sui fiordi norvegesi, una domenica sera, in una cittadina dove dopo le ore 18 si vendono solo trolls o al limite, con premuroso anticipo, oggetti natalizi.

Dunque succedeva che dopo mezz’ora che le avevo ai piedi (e dopo quasi dieci anni che non le mettevo, le mie preziose scarpe da trekking) mi dava l’impressione di sentirmi un po’ troppo molleggiata su di esse, una sensazione strana di instabilità, come una tettonica delle calzature, come se mi pestassi di continuo l’orlo dei pantaloni che invece, controlla e ricontrolla, non toccava nemmeno terra. In più, e questa non era affatto solo una sensazione, rilasciavo come Pollicino delle bricioline beige dietro di me, a ogni passo.  Poco oltre il Fish Market la drammatica scoperta: le tomaie, entrambe, erano quasi completamente scollate e il tessuto connettivo deputato a tenere unito il tutto stava rassegnando le dimissioni, disgregandosi in moltitudini di atomi di spugna.

È incredibile come si possa vivere inconsapevolmente felici prima di accorgersi di una cosa del genere e quanta vergogna possa travolgerci tutta insieme, credendo fermamente che tutto il mondo non abbia occhi che per guardare le nostre scarpe, un insignificante numero 36 nella vastità perduta dell’universo, eppure io così mi sentivo, osservata e soprattutto biasimata.  Dopodiché, la soluzione era lì, a un passo da me (e giusto un passo mi sarei potuta permettere prima che le infíde mi mollassero del tutto): la ragazza bionda alla cassa del negozio di Natale con un grande rotolo di scoch accanto a se’. Pareva annoiarsi terribilmente, il che legittimava ancora di più il mio intento.

“Excuse me…”

“Yes..?”

” I NEED your help”- le rivelo con un soffiato teatrale, assertivo e complice allo stesso tempo, e le mostro il danno ormai quasi irreversibile.

“OH MY GOD!!” – barrisce spropositatamente.

“Che ti gridi, vichinga, guarda che non si addice per niente alla tua eterea bellezza e nemmeno alla circospezione con cui mi sto muovendo da più di un’ora…” La devo placare mentre, starnazzante, si fa strada nella sua sconcertata curiosità. Nel frattempo vendiamo un piccolo abete di Natale e un alce che fa “ciao” con la zampa, ad una coppia di giapponesi. Per un attimo, fra tutti, mi sento la meno surreale.

“Senti – le dico – avrei soltanto bisogno di un po’ del tuo scoch per riuscire almeno a tornare in albergo”. E poi domani pazienza, andrò sui fiordi con le All Star.

“Ah, come dici, nessuno va sui fiordi con le All Star?! …ci sono pionieri per ogni cosa, a me è toccata questa”.

Mentre eseguo la riparazione lei mi guarda attentamente con i suoi occhioni nordici da santa e mi chiede che lavoro faccio.

“Medical Doctor”

“Si vede”, dice lei.

E vabbè, lo prendo come un complimento, e quindi finita la “fasciatura”, la ringrazio molto ed esco. Dopo neanche cento metri siamo al punto di partenza, con l’aggravante che i lacci di scotch sbatacchiano vistosamente sul marciapiede.

Deciso, si prende un taxi anche se l’albergo non è molto lontano, ma non ne posso più.  Il tassista mi informa subito di essere stato molto sfortunato ad aver caricato me, che vado così vicino, dopo aver aspettato il suo turno per un’ora e mezza, creandomi un senso di colpa grande come l’Hardangerfjord che non avevo ancora visto, ma sapevo che era qualcosa di maestoso.

Gli spiego che le mie scarpe sono rotte, ma contrariamente alla maggior parte delle persone qui, sembra capire poco l’inglese. Tuttavia, improvvisamente si acquieta, entra in una modalità di grande empatia e chiacchierando stentatamente di qualsiasi cosa mi accompagna all’Augustin Hotel.

Mentre sto per scendere mi viene da scusarmi con lui per la brevità del tragitto e per giustificarmi gli mostro la deriva ormai inesorabile delle mie scarpe che nel frattempo avevano deposto molliche di spugna su tutto il tappetino davanti al mio sedile.  Sdegnatissimo si riporta nell’umore precedente, quello con lo sguardo scintillante da lanciatore di coltelli, scuote il capo visibilmente infastidito e infine, bello come Morten Harket, ma stronzo come Erode, mi fredda così: “Avevo capito che il problema fossero le gambe, non le scarpe”.

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Questa disavventura ha preceduto di poche ore quella in cui sono sbarcata sul fiordo sbagliato, scoprendo totalmente per caso, come succede spesso ai viaggiatori perfetti, un posto incantevole chiamato Lofthus, che probabilmente non avrei mai visitato se  io fossi una persona più seria e concentrata.  Infatti oltre ad essere un vero e proprio giardino, a Lofthus, nell’attesa dell’unico bus di ritorno a Eidfjord previsto in serata, ho conosciuto la pace dei silenzi norvegesi , rotti solo dalle conversazioni quasi umane dei gabbiani, ed il profumo di rose enormi, come non ne avevo mai viste. Proprio vero: “all clouds have a silver lining”. Non tutti i mali…eccetera eccetera.

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Luglio, il 14, e le fiabe italiane

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Luglio fa delle righe di persiana sul tavolo della mia cucina. Poggiata tra due righe una scatoletta di mandorle salate rivela sul retro la sua impressionante portata calorica: 260Kcal per 40 grammi.

Questa è l’estate. E questi quattordici giorni di luglio quante calorie fanno? Quante punture di zanzare, quante bottigliette d’acqua, quanta voglia al mattino di essere trasportati su e giù in un ombroso baby-pullman, al fondo di braccia tese di madri e padri, anzichè prendere l’autobus?

Diventati grandi, ci assumiamo le responsabilità, ci assumiamo l’afa.

Nessuno che ci ripari gli occhi, ci abbassi la capotte della carrozzina, sventolandoci sul viso un po’ di finto settembre, ora che tocca a noi, la più grande tentazione è arrendersi al disagio e al lamento. Ma andarsela a cercare un po’ di frescura, agitando bene le ali, no?

Io durante il tragitto, nel mio posto nell’alto forno, rileggo le Fiabe Italiane di Calvino, sgualcitissime, vissute, le ho sgualcite io con le manine di seconda elementare. La prima pagina dice che era il 1980 ed era solo l’inizio di sgualcire fiabe, o di viverle.

“Non do pere alla Strega Bistrega, se no mi prende e nel sacco mi lega”

E questo è sempre stato chiaro e così ci teniamo le pere belle strette. Ma non è da prendere così alla lettera, che poi a volte ciò che sembra una Strega o addirittura una Bistrega, non lo è. Anzi, ci vuole solo un po’ di coraggio.

E invece, vedi, nemmeno quest’anno abbiamo preso la Bastiglia.

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Tulipani d’acqua e aria

fotoDieci tulipani. Due occhi smeraldini mi danno qualche moneta di resto dicendo “questi durano, sa”.
No, non lo so che cosa sia che “dura”, fin da che ora il giorno contenga la notte, quanto siano ampie le orbite in cui ci abbandoniamo con fiducia, dove portino, fino a quando. E che noia sarebbe, forse, sapere.
Quelli rosa chiaro della scorsa settimana sono rimasti sulla finestra dritti come soldati, ma guai a sfiorarli o in un niente ti saresti riempito le dita di polline e la gonna di petali. Non duravano più, resistevano.
Mio nonno aveva un diamantino ammaestrato, ogni giorno all’ora del caffè lo liberava in cucina, gli offriva una gabbia più spaziosa, ma non certo il cielo: erano una libertà fragile e una bontà fragile a volare nella stanza. Doveva essere quella la “routine”, quella parola francese, il non osare oltre il rituale di pareti certe.
Invece, per fortuna, a noi no, a noi aveva trasmesso una gran voglia di mare, che era come darci le chiavi della gabbia, perchè tuffarsi è un volo, ce lo insegnò lui, per nulla marinaio, ma capace di contemplarlo per ore il mare, come in un lungo sogno di capitano.
Durare è partire senza pensare che il volo atterri necessariamente verticale.
E’ abbassare lo schienale e fidarsi delle nuvole, sapendo di amarle.

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Lato B

foto-3Torino che non sembra inverno. Il giallo della Caserma Cernaia occhieggia a tratti regolari fra le colonne dei portici, nessuno in giro, un frinire di bicicletta, un clochard nel suo grumo di coperte, senza un abat-jour da spegnere prima di dormire, ma con un libro di Agatha Christie tra le mani.
Viene ad aprirmi una bambina che non conosco, vede che ho portato dello spumante, dice ne avevamo già tre bottiglie e a scuola va tutto bene, in sintesi.
E’ una domenica sera quasi vintage, spuntano fuori due chitarre e poi, come diceva Fabrizio, “se la gente lo sa (e la gente lo sa) che sai suonare, suonare ti tocca per tutta la vita” e a qualcuno tocca sempre lasciarsi ascoltare, ma stavolta non ero io.
Cantiamo in circolo esattamente quelle canzoni che verrebbero in mente a te che stai leggendo, la classica “playlist” delle Marinelle, i Geordie, i suoni del silenzio, i magari fossi qui, le colpe di Alfredo, le avvelenate, i lascia che sia, ma anche un’inconsueta poeticissima Signora Aquilone, con la sua occupazione idiota, la libertà, in fondo a quel filo.
Siamo sui trenta, sui quaranta, è bello guardarci, già morsi più volte dai pesci durante le nostre nuotate, sempre più tra i sobbalzi delle onde, ma comunque in mare, a tratti stonati, a tratti intonati, alla vita.
C’è persino un canestro montato sulla parete in salotto, dev’essere l’amorevole evoluzione dei disegni appesi sui frigoriferi delle cucine, penso, e mi sembrate genitori allegri e la vostra casa una nave ben timonata.
Le ore scorrono veloci, due annunciano ridendo il loro matrimonio, lui sonnecchia nella poltrona-sacco cullato dalle nostre voci, lei ha fatto uno strudel buonissimo in una teglia troppo piccola.
Con la coda dell’occhio mi accorgo che le librerie dei nostri soggiorni contengono gli stessi titoli, arrivati in momenti diversi dentro lo stesso tempo, abbiamo sognato in quelle pagine cose simili e sottolineato probabilmente le stesse righe quando ci siamo sentiti toccati, letti nel pensiero.
A un certo punto Claudio dice: certo che da quando nei dischi non c’è più il “Lato B” si è perso il piacere di andare a scoprire i brani “meditativi”, quelli più esistenziali, meno “facili” di quelli orecchiabili e di successo che venivano messi sul Lato A, insomma quelli che poi magari ti piacevano anche di più, ma solo dopo un po’ di ascolti.
E qualcuno ha obiettato che il lato B c’era solo nei 45 giri, non nei 33, e si è insinuato un dubbio generale, perchè non ci ricordavamo più, in un’amnesia quasi collettiva indotta dalla disabitudine e dal tempo che impolvera la mente, se davvero il 33 giri avesse le tracce musicali incise da ambo i lati…
E sì, le aveva.
Per un attimo la puntina del giradischi ha grattato sulla polvere della memoria, tutti abbiamo sentito quel fruscio, quel verso fine e concreto di vinile nelle nostre teste.
Ma allora metà della musica, quel lato B che forse c’era e forse non c’era, è di nuovo tutta da ascoltare.

Questo post è dedicato a Davide Greco, per la musica, la speranza e la vita che contiene.

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Analisi del 2014

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2014 per questo blog.

Ecco un estratto:

La sala concerti del teatro dell’opera di Sydney contiene 2.700 spettatori. Questo blog è stato visitato circa 11.000 volte in 2014. Se fosse un concerto al teatro dell’opera di Sydney, servirebbero circa 4 spettacoli con tutto esaurito per permettere a così tante persone di vederlo.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

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Dodici ore

angeloazzuroIl mio Natale è questa notte di guardia che è giunta al termine più vera di tante altre.
E’ il mio collega che dall’altro ambulatorio mi chiede, per favore, B, questo bambino, lo visiti anche tu?
E lo so che tu difficilmente sbagli, che toccandogli la pancia troverò anch’io ciò che non vorrei trovare e sto quasi per dirti che si vede già a occhio nudo, lì, a sinistra, figuriamoci sotto le dita.
Incrociamo uno sguardo di madre così devastato dalla preoccupazione (come invocasse cautela dalle parole che stanno per essere dette), che ci toglie quell’impeto di pronunciarci a tutti i costi, anzi, ci fa rimanere silenziosi, ci fa diventare per un momento anche noi madre e padre di uno sui dieci anni, un po’ svogliato a scuola, ma simpatico da morire, con il labbro leporino che gli distorce un po’ i sorrisi, che peraltro non risparmia a nessuno.
Mentre gli fai l’ecografia i suoi occhi a mandorla ci rivelano un lungo viaggio tra due culture, verso un presente di serenità purtroppo fragile: le fiammelle del color-doppler nell’immagine si muovono in una danza che avremmo preferito non vedere.
Ci guardiamo tutti insieme e uno per uno. Mi scopro annuire a domande che non sono state poste, se non con un breve cenno degli occhi.
E adesso non vi lasciamo soli, non ora che è indispensabile diventare spalla, orecchio, mano tesa: il pensiero è per voi genitori appena sbarcati su un continente ignoto, dove si parla una lingua diversa, si conta in millilitri, si misurano i giorni in buoni e ostili, in ore fuori e dentro l’ospedale, chissà per quanto tempo. Il mio vero Natale d’amore siamo tutti noi qui che ti guardiamo, ben oltre il termine del nostro turno di guardia, da dietro i vetri della Radiologia, mentre ti sdrai nella TAC e dici “mamma, ma è una macchina fotografica enorme questa roba qui! Davvero ci posso entrare?”.

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